giovedì 22 marzo 2018

Tenebrosa deità di Demogorgone

"...Paretis, an ille
compellandus erit, quo numquam terra vocato
non concussa tremit, qui Gorgona cernit apertam
verberibusque suis trepidam castigat Erinyn,
indespecta tenet vobis qui Tartara, cuius
vos estis superi, Stygias qui perierat undas?"(Lucano, Pharsalia, VI, 744-749)



Colui di cui parleremo oggi è stato il primo di cui si sia stabilito di non pronunciare mai il nome, non per riverenza, ma per paura. Più penso a che cosa egli sia e più tremo mentre scrivo la sua storia. Forse non avrei dovuto neppure mettermi sulle sue tracce. L'ho avvertito man mano che andavo avanti e ne scoprivo di più, sempre di più. Ma quanto è vero quello che si dice sull'abisso! Egli si è reso conto di ciò che stavo facendo, di quanto a fondo mi stessi spingendo entro le sue tenebre, i suoi recessi polverosi, e ha piantato fisso il suo sguardo su di me. Non posso tollerarlo e lo sto ignorando, ma non potrò farlo per sempre. E lui ha tutta l'eternità dalla sua parte. Lo sguardo di colui che può fissare le Gorgoni senza esserne pietrificato, il flagello dell'entità che flagella le Furie, il nome di quello che può giurare sulle acque dello Stige senza temerne la punizione, ora sono tutti rivolti verso di me. E io continuo a scrivere, perché non posso fare altrimenti.

Alcuni di voi lo conoscono, in un modo o nell'altro. Per la maggior parte, avrete sentito questo nome, per la prima volta nella vostra vita, mentre seguivate Stranger Things, dove non c'era effettivamente lui, ma un mostro che i protagonisti, per una casualità e una suggestione (tranquilli, di questo parleremo quanto occorre), hanno chiamato col suo nome. E lo hanno ripreso dal mondo dei giochi di ruolo, dall'universo di Dungeons & Dragons, dove l'ho conosciuto anche io.
I lettori -meno numerosi, ritengo- un po' più addentro alla letteratura inglese, lo hanno trovato in almeno due autori, Milton prima e Shelley più tardi, e quei folli che abbiano letto per esteso l'Orlando Furioso l'avranno sentito nominare anche nella nostra letteratura. La sua fortuna nella letteratura moderna si deve, in effetti, a un altro italiano, il Boccaccio, nella sua veste, che ai più sarà poco nota, di letterato in lingua latina. Neanche lui, invero, l'ha nominato per primo, ma ha tratto, da fonti di cui ora discuteremo, gli elementi che ha poi disposto nella forma con cui sono stati maggiormente conosciuti.
Giovanni Boccaccio.
Siamo nel 1350, e Boccaccio, che già da tempo si dedica alla ricerca e allo studio della mitologia classica, riceve un compito ufficiale: redigere un testo in cui ordinare tutta quella mitologia. Un compito gravoso, ma di grande prestigio e che risponde bene all'interesse dell'autore, che dedica al progetto diversi anni, avvalendosi, per qualche tempo, dell'aiuto del maestro di greco Leonzio Pilato. Tutte le fonti che ha a sua disposizione vengono adoperate, talvolta prediligendo quelle meno note a quelle dei grandi auctores; in particolare, risulta che l'autore più citato, dopo Ovidio (che aveva compiuto un'operazione affine, ma con intento artistico, nelle Metamorfosi), sia un certo Teodonzio, la cui identità è indagata da numerosi studi. Il frutto del grande sforzo mitografico, compiuto intorno al 1368, si intitola "De Genealogiis deorum gentilium" ("Le Genealogie degli dèi pagani"), che circola in numerose copie non autorizzate dall'autore e che presenta un percorso filologico alquanto complesso.
Ora, l'intento dell'opera è quello di fornire un sistema genealogico degli dèi, stabilendo un criterio tra le numerose versioni fornite dagli autori antichi nel corso dei secoli. Il problema di partenza, dunque, è stabilire chi sia stato il primo, colui o colei che ha generato tutti gli altri. Boccaccio apre l'opera esponendo questa problematica e vagliando le risposte dei sapienti dell'antichità, ciascuna delle quali viene però contraddetta da altre fonti: così, Talete di Mileto afferma essere l'acqua l'elemento che ha generato gli altri, ma dato che l'acqua è personificata dal dio Oceano, che "i poeti" hanno detto essere figlio del Cielo (cioè di Urano), non può essere l'acqua; Anassimene riconduce l'origine di tutto all'aria, mentre Crisippo al fuoco, e uno o entrambi gli elementi, presso i vari autori, vengono spesso ricondotti a Giove, che è figlio di Saturno; Alcinoo Crotoniense riferiva l'azione generatrice al Sole, alla Luna e alle Stelle, e Macrobio al Sole unicamente, ma anche questi erano variamente figli di altri, come Giove o Iperione. Poi, Boccaccio si è imbattuto nella risposta di Teodonzio, che racconta di una credenza, diffusa in epoca molto remota, presso gli Arcadi, secondo la quale sarebbe stata la terra, e un particolare spirito che opera dal suo fondo, a generare tutte le altre cose; e poiché non vi è autore che indichi un genitore non già alla terra, ma a questo spirito, Boccaccio ha individuato in esso il candidato più verosimile. Secondo quanto affermato da Teodonzio, gli Arcadi, uomini molto primitivi, montani, "mezzo selvaggi", vedendo come dalla terra nascessero piante e varie forme di vita, emanassero il calore e il fuoco dei vulcani, e sgorgassero le acque delle sorgenti, ritenevano la terra fonte di ogni cosa; in seguito, ad uno stadio più avanzato, questo popolo stabilì l'esistenza di una mente responsabile di questo processo creativo, insita nella terra ma distinta da essa, una mente divina; e la prova dell'esistenza di questa mente, nell'esperienza degli Arcadi, era la sensazione di inquietudine, provocata dal silenzio e dall'oscurità, che li assaliva man mano che si addentravano nei meandri delle caverne e dei sentieri sotterranei. Questa mente divina ha un nome, il nome che non si dovrebbe pronunciare e che adesso scriverò anche io, correndo i miei rischi. Il nome è Demogorgone.
Se volete mettervi in pericolo pronunciandolo ad alta voce, fatelo almeno correttamente: anche se io l'ho sempre pronunciato con l'accento sulla terza o, secondo i dizionari e i letterati la giusta pronuncia è "Demogòrgone".
I suoi attributi sono specifici: è un dio ctonio, proveniente dalle profondità della terra, e oscuro, tenebroso, anche se descritto dall'autore con forte ironia.

«Con grandissima maestà di tenebre, poscia ch'io hebbi descritto l'albero, quel antichissimo proavo di tutti i Dei Gentili, Demogorgone, accompagnato da ogni parte di nuvoli et di nebbie, a me, che trascorreva per le viscere della Terra apparve; il quale per tal nome horribile, vestito d'una certa pallidezza affumicata et d'una humidità sprezzata, mandando fuori da sé un odore di terra oscuro et fetido, confessando più tosto per parole altrui, che per propria bocca se essere Padre dell'infelice principato, dinanzi a me artefice di nova fatica fermossi. Confesso ch'io mi posi a ridere, mentre riguardando lui mi veni a ricordare della pazzia degli antichi; i quali istimarono quello da alcuno generato, eterno, di tutte le cose Padre, et dimorante nelle viscere della Terra.»
(Boccaccio, "De Genealogiis deorum gentilium", traduzione di Giuseppe Betussi da Bassano)

Boccaccio individua in due autori la prova del fatto che questo dio fosse ben conosciuto e temuto, ovvero Lucano e Stazio.
Osserviamo il passo di Lucano, tratto dal famoso episodio di necromanzia in cui la maga Eritto rianima il cadavere di un soldato. Nella sua formula, la maga si rivolge direttamente alle potenze infere.

"...Tibi, pessime mundi
arbiter, inmittam ruptis Titana cavernis,
et subito feriere die. Paretis, an ille
compellandus erit, quo numquam terra vocato
non concussa tremit, qui Gorgona cernit apertam
verberibusque suis trepidam castigat Erinyn,
indespecta tenet vobis qui Tartara, cuius
vos estis superi, Stygias qui perierat undas?" (Pharsalia, VI, 742-749)

"...A te, peggiore sovrano
del mondo, manderò il sole, infrante le caverne,
e improvviso giungerà il giorno. Obbedite, o quello lì
convocherò, che non appena è evocato, la terra
trema sconvolta, che scruta apertamente la Gorgone
e castiga l'atterrita Erinni con le sue stesse sferzate,
che tiene, non visto da voi, il Tartaro, rispetto al quale
voi state in alto, e che spergiura sulle onde dello Stige?"

La traduzione italiana storica di questo passo, di Gaspare Cassola (1743 - 1809), che ci viene presentata dal saggista su cui si basa il mio post, ovvero Marco Barsacchi (vedere bibliografia alla fine), ha una caratteristica interessante:

"...Il sol per entro
Alle tue spalancate atre caverne
Farò raggiar, o sozzo Re del mondo,
Onde t'abbagli l'improvvisa luce.
Il mio cenno s'adempie? Oppur invoco
Il gran Demogorgone, al cui sol nome
Trema la terra, che il Gorgoneo scudo
Illeso mira, e con terribil sferza
Castiga Erinni, che nei cupi abissi
Del Tartaro s'asconde, a cui voi siete
Il sommo firmamento, e che non teme
Spergiurar sullo Stige?"

Il traduttore menziona chiaramente il nome del dio. E questo significa che questo nome doveva essere comprensibile negli anni in cui veniva scritta la traduzione. Mi sono permesso di tradurre personalmente il passo di Stazio, facendo poi seguire la versione di Cassola, proprio perché la sua menzione del nome di Demogorgone è un'aggiunta al testo, oltre a non corrispondere all'intento di Eritto di non pronunciare quel nome.
La seconda fonte è Stazio. Qui riporto solo la traduzione presente nel libro, di Cornelio Bentivoglio d'Aragona (1668 - 1732);

"Ne tenues annos nubemque hanc frontis opacae
spernite, ne, moneo: et nobis saevire facultas.
Scimus enim et quidquid dici noscique timetis
et turbare Hecaten (ni te, Thymbraee, vererer)
et triplicis mundi summum, quem scire nefastum.
illum - sed taceo: prohibet tranquilla senectus." (Thebais, IV, 512-517)

"...Ah, non sprezzate
Questa cadente etade, e dell'opaca
Fronte le oscure tenebre: anche a noi
Lice l'incrudelir. Sappiam, sappiamo
Ciò ch'è orribile a dir, ciò che temete
Ed Ecate turbar, se per te, Apollo,
La gran germana tua prezzassi meno.
So del triplice il mondo il maggior Nume
Anch'io invocar, cui proferir non lice:
Ma in questa mia cadente età lo taccio."

Fu proprio uno scoliaste di Stazio, Lattanzio (250 - 317 circa), a detta di Boccaccio, a indicare che "il maggior Nume" era proprio Demogorgone.
Da Demogorgone, secondo le Genealogie, nascono l'Eternità ed il Caos, seguiti da altri nove figli: Litigium, Pan, Cloto, Lachesis, Atropos (le Moire, o Parche) Polus, Phyton, Terra ed Herebus. La discendenza dell'Eternità da Demogorgone sta a significare che nulla esiste prima dell'oscuro dio, mentre il Caos, ricordiamo, è l'elemento primo, e spesso increato, nella maggior parte delle cosmogonie. Litigio corrisponde alla discordia, principio di separazione tra gli elementi, Pan è la forza naturale, le Parche il destino, Polus è il polo che delimita il mondo, Phyton corrisponde a Phanes, la luce, la Terra è Gea, e l'Erebo è l'oscurità.
Nel corso della tradizione successiva, il rapporto con la maggior parte di questi figli diviene secondario o si perde, ma ce n'è uno che si conserva con grande vitalità, e cioè la paternità delle Parche. Nella Teogonia di Esiodo esse sono figlie della Notte, mentre altrove discendono da Ananke, la necessità, o ancora da Zeus e Temi, la giustizia. Occorrerà qui ricordarvi come spesso, nel mondo romano, le Parche fossero chiamate anche Fata (plurale di fatum, "fato", che etimologicamente significa "detto", nel senso di "stabilito"), e che proprio da lì derivano le fate, affermatesi nella tradizione medievale grazie a un connubio tra il mito latino e gli spiriti del folklore celtico.

Ma che cosa significa questo nome terrificante?
Fino a qualche tempo fa, prima di dedicarmi alla lettura del saggio di Barsacchi, disponevo soltanto della risposta, sostenuta peraltro da numerosi insigni studiosi, che il nome derivi da un semplice errore, la trascrizione di un termine greco operata da un copista che non conosceva bene il greco. Il termine sarebbe δημιουργός, "demiurgòs", ovvero "Demiurgo". Su questo torneremo tra poco.
Boccaccio indica tre possibili traduzioni del nome Demogorgone. La prima, palesemente errata, è "dio della terra", da δαίμων, "dàimon", che indicando un essere metafisico superiore può essere sia un demone che un dio, e γεώργιον, "gheòrghion", il campo, che Boccaccio, o forse una delle sue fonti, confonde con Γοργών, "Gorgòn", la Gorgone; la seconda traduzione è "sapienza della terra", in quanto δαίμων può avere anche quel significato; il terzo, che convince di più, intendendo il secondo termine come γοργός, "gorgòs", "terribile", traduce il nome "dio terribile". E Boccaccio non manca di osservare come lo stesso attributo sia spesso associato al Dio del Cristianesimo, anche se per motivazioni differenti. Barsacchi ritiene che le interpretazioni di "dàimon" siano da attribuire a Lattanzio, e quelle del secondo termine a Boccaccio, o a Teodonzio o a Fulgenzio, altra fonte di Boccaccio.

Dopo questo momento, la concezione moderna dei miti classici non è più la stessa. Vi saranno altre opere mitografiche anche più ricche e precise di quella del Boccaccio -che presenta, come s'è visto, numerosi errori anche metodologici, che vanno però contestualizzati nell'ottica culturale del nostro autore- ma il nome e il ruolo di Demogorgone resteranno.
Matteo Maria Boiardo.
In una delle stagioni culturali più ricche della storia italiana, quella del romanzo cavalleresco, Demogorgone subisce un'interessante metamorfosi, grazie alla quale lo troviamo citato dal Boiardo (1441 - 1494) nell'Orlando Innamorato (1495) come re delle fate. Siamo nel tredicesimo canto del secondo libro del poema, e Orlando ha raggiunto il palazzo subacqueo della fata Morgana, per liberare il giovane Ziliante, che la fata tiene prigioniero per amore. Per vincere le sue resistenze, il paladino la vincola col nome di colui che detiene la massima autorità per le fate come lei:

   "Quella passarno, e cominciarno a gire
     Su per la scala e tra que’ sassi duri,
     E quando furno a ponto per uscire
     Fuor della porta e de quei lochi oscuri,
     Allora il conte a lei cominciò a dire:
     - Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri
     Per lo Demogorgone a compimento
     Mai non mi fare oltraggio o impedimento. -

     Sopra ogni fata è quel Demogorgone
     (Non so se mai lo odisti racontare),
     E iudica tra loro e fa ragione,
     E quello piace a lui, può di lor fare.
     La notte se cavalca ad un montone,
     Travarca le montagne e passa il mare,
     E strigie e fate e fantasime vane
     Batte con serpi vive ogni dimane.

     Se le ritrova la dimane al mondo,
     Perché non ponno al giorno comparire,
     Tanto le batte a colpo furibondo,
     Che volentier vorian poter morire.
     Or le incatena giù nel mar profondo,
     Or sopra al vento scalcie le fa gire,
     Or per il foco dietro a sé le mena,
     A cui dà questa, a cui quella altra pena.

     E però il conte scongiurò la fata
     Per quel Demogorgon che è suo segnore,
     La qual rimase tutta spaventata,
     E fece il giuramento in gran timore.
     Fuggì nel fondo, poi che fu lasciata;
     Orlando e Zilïante uscirno fuore,
     E trovâr Fiordelisa ingenocchione,
     Che ancor pregava con divozïone." (Orlando Innamorato, II, 13, 26-29)

L'autore stesso, dopo che Orlando ha richiesto il giuramento a Morgana, inserisce una breve digressione per spiegare chi sia questo Demogorgone, il cui nome, fino a quel momento, è circolato soltanto nell'ambito della cultura dotta, separata da quel complesso di storie e nomi, noti al popolo, che garantivano che questo potesse seguire i racconti cavallereschi. E lo presenta con attributi e ruoli chiaramente determinati, poiché non solo è il signore delle fate, e insieme ad esse degli spiriti affini, come le strigi e i fantasmi, ma in quanto tale svolge l'uffizio di punire tutte le creature di tal fatta che si attardino sulla terra dopo il sorgere del sole, secondo il principio folklorico, di remota origine, per il quale questi spiriti sono creature notturne e possono uscire dalle loro dimore solo di notte. In tutto ciò, ha anche un'altra inquietante caratteristica, il cavalcare un montone su cui "travarca le montagne e passa il mare", dunque un animale volante di natura sovrannaturale, che manifesta l'influenza, nella cultura del XV secolo, delle storie sul sabba, ci fa immaginare Demogorgone come il capo di un corteo di spiriti volanti (e il lettore abituale dell'Anima sa bene a cosa mi riferisco), e naturalmente lo connota in parte come figura diabolica. La strofa 29 mostra il potere di quel nome su Morgana, che rimane "tutta spaventata", giura "in gran timore" e fugge.
Un interesse particolare merita anche l'idea della punizione degli esseri sovrannaturali: Demogorgone li batte con tale violenza da far loro desiderare di morire, li incatena sul fondo del mare, li fa scuotere dal vento o li trascina dietro di sé tra le fiamme, immagini che ricordano le punizioni dei dannati infernali.

Il Boiardo è il primo, ma non l'unico, ed è la fonte da cui attingeranno altri autori di poemi cavallereschi che, nell'intessere un mondo fatato intorno alle gesta dei loro protagonisti, descriveranno corti di fate presiedute da un capo con questo nome.
Lo stesso Ariosto, nel primo dei cinque canti che non saranno mai pubblicati insieme al poema, descrive il regno delle fate e il palazzo dove queste si radunano:

"Gli altri ornamenti, chi m’ascolta o legge
Può immaginar senza ch’io ’l canti o scriva.
Quivi Demogorgon, che frena e regge
Le Fate, e dà lor forza e le ne priva,
Per osservata usanza e antica legge,
Sempre ch’al lustro ogni quint’anno arriva,
Tutte chiama a consiglio, e dall’estreme
Parti del mondo le raguna insieme.

Quivi s’intende, si ragiona e tratta
Di ciò che ben o mal sia loro occorso:
A cui sia danno od altra ingiuria fatta,
Non vien consiglio manco nè soccorso:
Se contesa è tra lor, tosto s’addatta,
E tornar fassi addietro ogni trascorso;
Sì che si trovan sempre tutte unite
Contra ogn’altro di fuor, con chi abbian lite." (Canto I, 4-5)

Nella letteratura inglese, il tenebroso dio troverà la terra più ospitale per lui, il trono per le sue vaste membra fumose.
Cominciamo con Cassandra, di Richard Barnfield (1574 - 1620), un poemetto in conclusione dell'opera "Cynthia, with certaine Sonnets and the legend of Cassandra":

"Which charge to him no sooner was assigned.
But taking faire Cassandra by the hand
(The true bewraier of his secrete minde)
He first begins to let her vnderstand,
That he from Demogorgon was deseended:
Father of th' Earth, of Gods & men commended." (Strofa 12)

Colui di cui si parla è Apollo, che nel vantare la sua appartenenza alla stirpe degli dèi la riconduce a Demogorgone, padre della terra, degli dèi e degli uomini illustri.
Edmund Spenser (1552/1553 - 1599), autore del monumentale poema "The Faerie Queene" (1590), cita Demogorgone due volte, in modo non chiarissimo mentre presenta il personaggio Archimago:

"Then choosing out few words most horrible, 
  (Let none them read) thereof did verses frame, 
  With which and other spelles like terrible, 
  He bad awake blacke Plutoes griesly Dame,^ 
  And cursed heaven and spake reprochfull shame 
  Of highest God, the Lord of life and light; 
  A bold bad man, that dar'd to call by name 
  Great Gorgon,^ Prince of darknesse and dead night, 
At which Cocytus^ quakes, and Styx is put to flight." (Libro I, canto I, strofa XXXVII)

e poi durante un'invocazione alla notte:

"She stayd, and foorth Duessa gan proceede 
  O thou most auncient Grandmother of all, 
  More old then Jove, whom thou at first didst breede, 
  Or that great house of Gods cælestiall, 
  Which wast begot in Daemogorgons hall, 
  And sawst the secrets of the world unmade, 
  Why suffredst thou thy Nephewes deare to fall 
  With Elfin sword, most shamefully betrade? 
Lo where the stout Sansjoy doth sleepe in deadly shade." (Libro I, canto V, strofa XXII)

Nella fatale invocazione di Faust (1590 circa) della tragedia di Marlowe (15564 - 1593), il nome di Demogorgone sembra avere una valenza specifica.

"Sint mihi Dei Acherontis propitii! Valeat numen triplex Jehovae! Ignei, aerii, aquatani spiritus, salvete! Orientis princeps Lucifer, Belzebub inferni ardentis monarcha, et Demogorgon, propitiamus vos, ut appareat et surgat Mephistophilis. Quid tu moraris; per Jehovam, Gehennam, et consecratam aquam quam nunc spargo, signumque crucis quod nunc facio, et per vota nostra ipse nunc surgat nobis dicatus Mephistophilis!" (Scena III)

Barsacchi sostiene infatti che, mentre i nomi di Lucifero e di Belzebub sono riferiti alle potenze infere, Demogorgone venga chiamato in quanto signore degli elementi.
Milton (1608-1674), nell'elencare, nel novero degli angeli caduti del suo Paradise Lost (1667), tutti gli dèi antichi e i nomi dell'oscurità, non manca di inserire anche il "terribile dio", con il particolare riferimento al potere del suo nome:

"...when strait behold the throne
Of Chaos, and his dark Pavilion spread
Wide on the wasteful Deep; with him Enthron'd
Sat Sable-vested Night, eldest of things,
The Consort of his reign; and by them stood
Orcus and Ades, and the dreadful name
Of Demogorgon; Rumor next and Chance,
And Tumult and Confusion all imbroiled,
And Discord with a thousand various mouths." (Libro II, 959 - 967)

Alcuni versi della versione del 1893 di Limbo, un breve componimento a proposito dell'omonimo luogo metafisico, Coleridge (1772-1834) inserisce dei versi a proposito degli spiriti del Limbo, alcuni dei quali attendono un destino terrificante:

"Unchang'd it cross'd--& shall some fated Hour
Be pulveris'd by Demogorgon's power
And given as poison to annilate Souls--
Even now It shrinks them ! they shrink in as Moles"


Illustrazione di Demogorgone, dall'edizione
italiana del "Prometeo Liberato", di Mario Rapisardi.
Tutte quelle che abbiamo visto, avrete notato, sono menzioni. Tratteggiano un cosmo vasto e pieno di potenze oscure dai nomi minacciosi, ma queste potenze rimangono sempre sullo sfondo. È dunque di singolare rilevanza come nel Prometheus Unbound (1820) di Percy Bysshe Shelley (1792 - 1822) Demogorgone sia un personaggio molto importante, e per un certo senso opposto rispetto al suo ruolo tradizionale: non padre di tutti gli dèi, ma ultimo a nascere, figlio di Zeus e di Teti (in corrispondenza all'antico mito secondo il quale era stato profetizzato a Zeus che, se avesse avuto un figlio da Teti, questi sarebbe stato così forte da spodestarlo come lui aveva fatto con Crono; fu per questo che Teti divenne sposa di Peleo; ricordiamo che loro figlio fu Achille), colui che, in accordo alla profezia di Prometeo, è destinato a detronizzare il re degli dèi. Peraltro, il suo aspetto tenebroso non è venuto meno:

"...a mighty Darkness
Filling the seat of power, and rays of gloom
Dart round, as light from meridian Sun
Ungazed upon and shapeless - neither limb".




Demogorgone oggi
Demogorgon in "Out of the Abyss".

Demogorgone in "Eldritch Wizardry".
La storia di Demogorgone in Dungeons & Dragons ha inizio nel 1976, con il terzo manuale supplementare della prima edizione, intitolato "Eldritch Wizardry" e dedicato alla magia e ai piani arcani. Qui veniva introdotta nel gioco la realtà (realtà?) dei vari piani dimensionali abitati dai demoni, con alcune delle razze di questi, le caratteristiche dei luoghi in cui vivono, e l'introduzione dei loro sovrani, più d'uno, destinati a evolversi di edizione in edizione fino ai giorni nostri. Nello sterminato universo di Dungeons & Dragons -al cui pieno apprezzamento da parte mia, il principale ostacolo è proprio l'eccessiva quantità di elementi, che aumentano di volta in volta per includere sempre più possibilità- ciò che riguarda i piani infernali e i loro abitanti sarebbe materia su cui scrivere e raccontare fino a riempire libri, e di certo merita un vostro interessamento, se non ne siete già addentro. In quell'espansione veniva introdotto il celebre Orcus, dove il nome del dio infero latino indicava un poderoso demone caprino in assetto da guerra, e compariva, per la prima volta, quest'ibrido stranissimo: un demone rettiliano, in assetto bipede, con due zampe da rettile e una coda biforcuta, ricoperto di squame e con due tentacoli come arti superiori. La caratteristica più peculiare, però, era la sua testa, non solo perché ne aveva due invece di una, ma perché queste, sorrette da colli di serpente, avevano l'aspetto di un animale dal sentore decisamente poco mitologico: il mandrillo. Demogorgone qui era fondamentalmente un demone rettiliano, in grado di esercitare una forte influenza sulle creature a sangue freddo come rettili e polpi (e dunque, legato a entrambi, possedeva sia attributi serpentini che cefalopodi), e possedeva abilità che, per buona parte, ha conservato fino ad oggi: il suo sguardo ha poteri ipnotici, e ognuna delle due teste infligge uno status diverso, perché la sinistra ammalia e la destra danneggia la sanità mentale. Il tocco della sua coda sottrae energia, mentre i suoi tentacoli decompongono ciò che toccano.

Demogorgon e Orcus.
In quel manuale nasceva anche la rivalità tra Orcus e Demogorgone, col secondo sempre in posizione leggermente più alta del primo, e acuita allorché, nel Manuale dei Mostri di Advanced Dungeons & Dragons (1977), Demogorgone assunse il titolo di Principe dei Demoni. La sua posizione nel multiverso veniva chiarita nel Manuale dei Piani, dove era scritto che egli era signore di diversi degli strati di quello che si chiama Abisso. Negli anni '80 e '90 divenne meno frequente, allorché la seconda edizione di AD&D limitò notevolmente il pantheon, ma una particolare espansione, il manuale "Monster Mythology" del 1992, aggiungeva altre informazioni su di lui, e cioè che fosse tra i pochi demoni ad aver raggiunto, per potere e autorità, il rango di dio minore. E l'ascesa era solo all'inizio.

Con la terza edizione di D&D (2000), Demogorgone si avviò a divenire uno degli antagonisti più ricorrenti. Nell'avventura "Bastion of Broken Souls", gli avventurieri, alle prese con la lotta contro il drago rosso Ashardalon, potevano imbattersi negli agenti di Demogorgone, e scoprire che il dio dei demoni stava impegnando le sue risorse contro sé stesso: ciò era dovuto al fatto che in lui operavano due volontà contrapposte, corrispondenti alle sue due teste, perennemente in lotta per prevalere l'una sull'altra. Poi venne il "Book of Vile Darkness" (2002), da noi noto come "Libro delle Fosche Tenebre". Qui si legge:

Demogorgon nel "Libro delle Fosche Tenebre".
"L'88° strato dell'Abisso, chiamato le Pianure Salmastre da alcuni o Fauci spalancate [Gaping Maw] da altri, è la dimora della duplice entità conosciuta come Demogorgon. È un reame di oceani di acqua salata e di sporgenze rocciose sulle quali si arroccano stormi di demoni volanti. [...] È qui che Demogorgon ha eretto il suo terribile palazzo, chiamato Abysm, che sorge al di sopra delle acque nere del suo reame. Demogorgon possiede anche una fortezza, chiamata Ungorth Reddik, nascosta tra le grottesche paludi dello strato.
Da entrambi questi fulcri di potere oscuro, Demogorgon, signore di tutto ciò che Nuota nell'Oscurità, esercita il suo titolo di Principe dei Demoni, facendo valere la sua immane potenza."

Il manuale procede spiegando che il suo titolo è conteso aspramente da Orcus e Graz'zt, altro sovrano infernale, e che è frequente che intere armate ai loro ordini si scontrino per stabilire la supremazia di un signore sugli altri. Il palazzo di Abysm, che ha la forma di due torri serpentine, ciascuna sormontata da un minareto a forma di teschio, è per il suo padrone un luogo di ricerca e di studio, alla ricerca di segreti arcani con i quali accrescere il suo potere. Demogorgon, poi, è creatore di golem e altri tipi di costrutti. La sua descrizione in questo manuale diverge dalle precedenti, poiché è detto che le sue teste sono quelle di una iena anziché di un mandrillo; si aggiunge che è alto 5,4 metri, con squame blu-verdastre. Maestro di incantesimi, può evocare una vasta gamma di creature.
Il manuale riporta anche informazioni sui cultisti del principe demoniaco, ovvero i Servitori di Demogorgon. Essi lo invocano con le parole:
"O principe dell'Abisso dalla duplice vita e dalla duplice volontà, signore del mistero e sovrano dei perversi, Demogorgon, sei tu il mio signore!"
Demogorgone nella quarta edizione di D&D.
Per divenire servitori di Demogorgon occorrono conoscenze arcane e capacità magiche, e bisogna sottoporsi a un terrificante rito d'iniziazione che prevede il sacrificio di una creatura intelligente. A divenire sacerdoti del Principe dei Demoni sono esseri folli, malvagi e perversi, ossessionati dall'idea della mutazione e della deformità e attratti dalle loro manifestazioni più orrende e innaturali, che servono il loro dio demoniaco seminando il dissenso e la corruzione e sono ostili a chiunque, inclusi gli altri servitori di Demogorgon. Tra gli incantesimi che essi acquisiscono, oltre all'evocazione di demoni minori, il tocco per infondere paura, il tocco di putrefazione, la pelle scagliosa, e, una volta raggiunto il più avanzato stato di rapporto con Demogorgon, il tocco di morte e la "doppia personalità", per la quale il servitore diviene pazzo (a meno che non lo fosse già) e può scegliere abilità multiclasse senza le penalità che ne deriverebbero normalmente.

Nella quarta edizione, Demogorgone domina la copertina del secondo manuale dei mostri, e fu proprio quell'immagine, dove le teste sono inequivocabilmente quelle di due mandrilli e in cui il colore vivace rende ancora più bizzarro questo ibrido mostruoso, la prima in cui lo vidi, e associato alla quale lessi per la prima volta il suo nome. Un nome greco, ma con qualcosa di strano che non mi permetteva di credere che fosse un nome coniato recentemente e ad uopo per lui.
Secondo il manuale, le due teste del signore dei demoni hanno nome Aameul e Hethradiah, dall'una viene rilasciato l'inganno, dall'altra la distruzione.

Demogorgone nella quinta edizione di D&D.
Nella quinta edizione, Demogorgone è detto anche "la Bestia Sibilante" e "Padrone degli Abissi a spirale", il cui scopo è irretire tutto ciò che è buono nel multiverso per farlo sprofondare nell'Abisso. Il suo corpo, questa volta, è descritto come sauriano nella metà inferiore e scimmiesco in quella superiore, le sue teste, che conservano i loro nomi, sono definite, semplicemente, da scimmia, "entrambe egualmente folli".

Sue sono le parole:
«Noi siamo ciascuno. E noi non siamo nessuno. Noi siamo Demogorgone.»


Nell'universo Marvel, che ha sviluppato una nutrita serie di trame poco conosciute, intorno alle serie di Thor ed Ercole, che hanno per protagonisti gli dèi di tutti (o quasi) i pantheon della Terra (talvolta in conflitto con pantheon di altri pianeti, come quello degli alieni Skrull), esiste un'entità con un nome affine, più temibile di tutti gli altri dèi. Si chiama Demogorge, detto il divoratore di dèi ("God Eater"). Si tratta di un alter ego di Atum, figlio di Gaia, il dio sole dell'antico Egitto più spesso chiamato Amon Ra, e i due convivono in un rapporto simile a quello di Bruce Banner ed Hulk. Atum compare per la prima volta in Thor #300 (1980), mentre non so ancora dirvi quale sia stata la prima apparizione di Demogorge.
Raffigurazione di Demogorge da DeviantArt
https://abumiguchi.deviantart.com/art/The-Demogorge-653953255
La storia racconta che, miliardi di anni fa, il Demiurgo (che è un'entità a sé stante) creò la stirpe degli Dei Antichi, cui appartiene anche Gaia, che fu l'unica a non subire lo stesso fato degli altri dèi, cioè la trasformazione in spaventosi demoni. La dea, temendo per la vita che stava nascendo nel nostro pianeta, implorò il Demiurgo di fornirle un modo per sconfiggere i demoni; allora il Demiurgo la condusse nelle profondità del pianeta, e lì ella generò Atum, il primo della nuova stirpe di dèi, col potere di uccidere i demoni e assorbire la loro energia dentro di sé. Col tempo, quell'energia iniziò a mutarlo, fino a farlo divenire il Demogorge. Dopo aver completato il suo compito, e ripresa la sua forma iniziale, Atum si spostò nel cielo e iniziò a regnare, con la sua pericolosa controparte sempre pronta a venire fuori.
Negli anni, numerosi villain Marvel hanno provocato la trasformazione di Atum in Demogorge, costringendo Thor e gli altri dèi a intervenire. Alcune storie presentano una sfumatura in più nella sua funzione, che non sarebbe quella di mangiare gli dèi, bensì inghiottirli per purificarli qualora vengano corrotti, e quindi risputarli. Una curiosità interessante: nel numero #118 della serie di Ercole, in cui gli dèi si trovano nel reame di Nightmare, la personificazione degli incubi, viene rivelato che la più grande paura di Demogorge è Eternità, uno degli esseri superiori dell'universo Marvel, legata a Infinità.

Nella sua incarnazione più recente, e famosa, Demogorgone è il nome dato alla creatura antagonista della prima stagione della serie televisiva Netflix "Stranger Things" (2016). Inutile dire che questo paragrafo contiene spoiler.
Concept di Demogorgone scartati.
Occorrerà mettere in chiaro che la creatura ha questo nome per una sorta di casualità: quando i giovani protagonisti apprendono per la prima volta dove sia finito il loro amico scomparso, Will Byers, grazie alla bambina psionica Eleven, nella stanza sono presenti le miniature che gli amici utilizzano nelle loro sessioni di Dungeons & Dragons. Per spiegare loro che cosa sia il Sottosopra (Upside Down), la dimensione parallela in cui si trova Will, Eleven rovescia il tabellone del gioco, che si presenta nero e vuoto: così, il Sottosopra corrisponde alla dimensione "normale", ma non vi è quasi niente, nero e vuoto, appunto. Solo che non è disabitato. E per spiegare da cosa sia abitato, Eleven pone, al centro del tabellone sottosopra, l'oggetto che le sembra avvicinarsi di più a ciò che ha scoperto vivere nel Sottosopra, la miniatura di Demogorgon, comparso come antagonista nell'ultima sessione di gioco dei ragazzi. Sarà per questo che continueranno a riferirsi alla creatura mostruosa, anche dopo averla vista, come al Demogorgone.
Il nostro mostro, che grazie al successo mediatico della serie ha avuto un successo raro per, appunto, un mostro, è stato pensato come "un essere interdimensionale più simile allo squalo de "Lo Squalo" ["Jaws"] che al Pennywise di It" (fonte: http://www.ew.com/article/2016/07/20/stranger-things-duffer-brothers-episode-6/), anche se le affinità con quest'ultimo si fanno sentire. Il suo corpo si può definire spoglio, non vi è niente, solo una pelle pallida e dall'aspetto umido che resiste a qualunque colpo e persino al fuoco; del pari, la sua testa pare solo una testa umana glabra e priva del volto, fino a quando non apre l'unico organo visibile, la bocca: questa, ispirata alla forma di alcune piante carnivore (e in particolare somiglia alla Rafflesia arnoldii), è costituita da sei parti totalmente ricoperte di denti, una superiore, una inferiore, le altre quattro laterali.
Concept art di Aaron Sims (quelli non ce li facciamo mancare mai).
La disposizione dei denti anche sul palato ricorda la bocca della Dermochelys coriacea, la tartaruga liuto, che presenta numerose formazioni cartilaginee simili a denti atte a trattenere le meduse, di cui questo animale si ciba. Dalla bocca del mostro, un carnivoro che aggredisce qualunque cosa veda e si nutre sia di animali che di esseri umani, fuoriescono costantemente bava e un verso stridulo e sinistro. Il Demogorgone può viaggiare tra le due dimensioni anche emergendo dagli oggetti, e possiede facoltà telecinetiche.

Altro concept.
Il Demogorgone di Stranger Things è stato realizzato "alla vecchia maniera", con l'uso di effetti speciali manuali e animatronics. Per i fratelli Duffer, autori di Stranger Things, creare un mostro era un desiderio fin dalla giovinezza, e volevano realizzarlo manualmente, come erano stati realizzati tanti mostri classici. La concezione, coadiuvata da Aaron Sims, uno dei più grandi concept artist esistenti, ha preso come riferimento i mostri di H.R. Giger, Clive Barker, Guillermo del Toro e Masahiro Ito (che ha concepito le creature di Silent Hill), come modello di stranezza e alienità, mentre la sua concretizzazione è stata affidata alla compagnia Spectral Motion, che con soli due mesi a disposizione è riuscita a darci il risultato visibile nella serie; alcune scene, impossibili da realizzare manualmente, come quelle in cui il Demogorgone passa attraverso le pareti, sono invece il prodotto della compagnia di effetti digitali di Sims, Aaron Sims Creative. Un simpatico aneddoto raccontato dai fratelli Duffer riguarda alcune bambine presenti sul set durante le riprese, terrorizzate dalla creatura fino a quando qualcuno non ha spiegato loro che essa apparteneva all'universo di Monsters & Co., finendo non solo col tranquillizzarle, ma anche con una felice riconsiderazione sul mostro, che dà una mezza idea di come non sia davvero l'aspetto dei mostri a farci paura, ma quello che pensiamo di loro.


Conclusione

C'è molto altro da rivelare ancora, su Demogorgone e le sue trasformazioni nel corso della storia. Ogni volta che avrò scoperto qualcosa di nuovo, lo aggiungerò a questo post.
C'è un fatto che trovo più emozionante di ogni altro, e cioè che questo nome è stato usato, e molte volte -anche se la regola era di non farlo- per indicare concetti che oggi sono quasi basilari in certi tipi di narrazione e di ambientazione, mentre in passato non sono esistiti se non, appunto, grazie a quel nome. Perché se nulla nel mondo classico era assimilabile al concetto di Diavolo, il diavolo che si evoca e che costituisce la forma di male per l'eccellenza, il male più oscuro, quello più in profondità, quel misterioso signore abissale accennato da Lucano gli è indubbiamente molto vicino, e di certo il Demogorgone del Boiardo gli corrisponde. Oltre a ciò, e qui azzardo ed esagero, ma per il piacere della mia e vostra suggestione (che è piacevole e sensata fino a quando non ottunde però la nostra cautela critica), è difficile non vedere, nelle oscure menzioni che abbiamo visto, un antesignano dei grandi dèi lovecraftiani, che vivono e non vivono la stessa natura del Caos primordiale, dimorano nelle più remote profondità sotto la terra e lo stesso universo, e il cui nome non deve essere pronunciato.

Bibliografia

Barsacchi, Marco, "Il mito di Demogorgone", Marsilio, Venezia 2014.
Landi, Carlo, "Demogòrgone. Con un saggio di nuova edizione della "Genealogia deorum gentilium" del Boccaccio e silloge dei frammenti di Teodonzio", Palermo 1930.

giovedì 15 marzo 2018

Solo in mezzo al nulla guardava la luna

Tanto tanto tempo fa, quella terra che in seguito sarebbe stata chiamata "il regno che fu" non era che una regione deserta e fredda, dove non esistevano città e dove le persone erano rare e non rimanevano mai per molto tempo, a meno di avere da compiere un'avventura, di cercare la solitudine, o di essere in rapporto con le bizzarre creature che abitavano lì. Le persone che sanno tante cose, detti saggi o maghi, e quelli che le cose non le sanno, ma le dicono per come esse erano state pensate prima di divenire quello che poi sono state in realtà -e questi sono i poeti- sostengono tutti che in quella regione la terra e la pietra possedessero delle qualità fuori dal comune, e che fossero rimaste nel modo in cui il mondo era nato, o era stato per il periodo più importante della sua esistenza, così che tutte le proprietà che avevano posseduto allora, le avevano mantenute; e quando sia i maghi che i poeti sono d'accordo su una cosa, c'è sempre da fidarsene almeno un po'. Lì e allora, dunque, nella pietra esisteva ancora la vita, negli alberi avevano posto dei pensieri, e tutto ciò che possedeva una forma era in grado, nel corso della stessa esistenza, di cambiare quella forma un numero infinito di volte.
In quel luogo, i confini tra i mondi erano molto diversi da come sono oggigiorno, e il passaggio dall'uno all'altro avveniva senza difficoltà, ogni volta che qualcuno volesse passare da una parte ad un'altra. Del resto, la maggior parte degli esseri e delle cose concordavano sul fatto che, se qualcuno o qualcosa desiderava viaggiare attraverso quei mondi, impedirglielo sarebbe stato quantomeno scortese. Accadeva pertanto che, durante l'inverno, gli abitanti di certi mondi oscuri e pieni di tenebra girovagassero tranquillamente per quella regione, cacciando e mangiando i suoi abitanti, praticando i propri svaghi, coltivando i propri amori e raccontandosi le proprie storie; quando poi l'inverno terminava, e giungeva la primavera, questi esseri se ne tornavano da dove erano venuti, sostituiti dai visitatori di mondi più luminosi e dalle abitudini differenti. Gli abitanti del luogo, peraltro, ragionavano ciascuno di testa propria, e vi erano, tra di loro, certuni che gradivano la compagnia degli esseri oscuri -complice il fatto che questi non li mangiavano-, che ascoltavano le loro storie e gliene raccontavano di nuove, e che quando l'inverno finiva li accompagnavano, oppure, se restavano, trattenuti da questa o da quella ragione, ne soffrivano la mancanza e attendevano il loro ritorno con un po' di tristezza.

CONTINUA

giovedì 1 marzo 2018

Sigur­ðr - L'eroe che non conobbe la paura


Ben ritrovati, benvenuti, ben tutto. Dato che il post precedente è ancora in fase embrionale mentre scrivo il presente, questa è la prima volta che mi faccio sentire sul blog dal post di inizio anno, quasi due mesi fa. Per chi segue la pagina, https://www.facebook.com/AnimadelMostro, sono stati due mesi ricchi di storie e scoperte, e d'altronde questa l'ho creata appunto per condividere contenuti piccoli, che non richiedono la stessa mole di lavoro di un saggio dell'Anima del Mostro; a chi, non seguendo la pagina, fosse passato qui senza trovare nulla per tutto questo tempo, e magari stia adesso ripassando, porgo le mie scuse.
Questo post è il diretto seguito di: "Sigurðr - La storia dei Volsunghi".
È giunto il tempo di continuare a raccontare la storia di Sigurðr il Volsungo. Nel post precedente abbiamo percorso la prima metà della saga dei Völsungar, con le gesta di Sigi, Rerir, Völsungr e Sigmundr, fino alla prima grande vendetta della saga, quella che Sigmundr ottenne, aiutato dal figlio Sinfjötli e dalla sorella Signý, su re Siggeirr.

Re Sigmundr ebbe dalla moglie Borghildr due figli, Helgi e Hamund. Helgi è uno degli eroi più celebrati dalla tradizione germanica, e la sua vicenda è narrata in due carmi dell'Edda antica, Helgakviða Hundingsbana in fyrri (Primo carme di Helgi uccisore di Hundingr) e Helgakviða Hundingsbana önnor (Secondo carme di Helgi uccisore di Hundingr). Solo il primo è confluito nella saga dei Volsunghi.
Quando Helgi nacque, si presentarono alla corte di Sigmundr le norne: accanto alle tre dee propriamente intese con questo nome, Urðr, Verðandi e Skuld, la tradizione eddica ci tramanda l'idea delle norne come molto più numerose ed appartenenti a ogni razza mitologica esistente, dèi, elfi e nani:

"Di molte origini e diverse    dico sono le norne,
non sono della stessa stirpe.
Alcune sono prole degli asi,   altre prole degli elfi
altre figlie di Dvalinn." (Fáfnismál, 13)

Le norne profetizzarono:

"Scesa la notte sulle corti   le norne vennero
che al principe   predisposero la vita.
Comandarono che, signore,   avesse gran fama
e fra i regnanti fosse   ritenuto il migliore." (HH I, 2)

Un corvo disse anche:svv

«S'erge in corazza   il figlio di Sigmundr,
vecchio d'un giorno   - è giunto, ecco, il tempo-
fieri gli occhi   come guerrieri;
è l'amico dei lupi: dobbiamo esser felici!» (HH I, 6)

Sigmundr suo padre, lo stesso giorno, tornò a casa dal campo di battaglia portando con sé un porro, simbolo di vigore e di prosperità (Meli 1993). Gli assegnò il nome, gli diede una spada e le terre di Hringstadhir, Solfjoll (solo queste due, nella saga), Snaefjoll, Sigarsvellir, Hatun e Himingvangar (nell'Edda).
A quindici anni, Helgi partì per la sua prima spedizione militare, e fu allora che affrontò e uccise Hundingr, un potente re "che da tempo reggeva uomini e terre" (HH I, 10). Fu questo l'atto da cui sarebbero derivate nuove sciagure per la stirpe dei Volsunghi, come l'episodio della spada aveva provocato, tanti anni prima, l'inimicizia tra essi e Siggeirr. Quanto a re Hundingr, viene nominato, oltre che nell'Edda e nei Volsunghi, nei Gesta Danorum di Saxo Grammaticus (scritto tra le fine del XII secolo e il 1208) e nel Flateyjarbók (fine XIV secolo) il più grande manoscritto islandese, contenente numerose saghe, incluso il frammento di Nornagestr che è un'altra fonte della storia di Sigurðr. Inoltre, nell'anglosassone Widsith (IX secolo) è nominato il popolo degli Hundingas, che Marcello Meli ipotizza potessero coincidere con i Longobardi.
"Helgi Hundingsbane and Sigrún" di Robert Engels,
1919.
All'uccisione di Hundingr seguì rapida la vendetta dei suoi figli, che organizzarono una grande armata contro Helgi. I due eserciti si scontrarono, e i Volsunghi riportarono una grande vittoria, allorché nella battaglia caddero quattro dei figli di Hundingr, Alf, Eyjolf, Hervard e Hagbard.
Qualche tempo dopo la battaglia, Helgi ebbe un suggestivo incontro, una banda di donne che cavalcavano splendidamente ornate: Valchirie. E quando domandò chi fosse a guidare il gruppo, Helgi fece la conoscenza di Sigrún, la donna cui avrebbe legato il suo destino. Sigrún era figlia di un re di nome Högni, che l'aveva promessa in sposa a Höðbroddr, figlio di Granmarr. Il modo in cui l'incontro è narrato nella saga è particolarmente interessante perché lo scambio di battute tra Helgi e Sigrún è quasi identico a quello che avviene in una storia appartenente a una tradizione ben diversa: l'incontro tra Pwyll, re del Dyfedd, e Rhiannon, raccontato nel Mabinogion, la grande raccolta sugli eroi del Galles. In entrambi i casi l'eroe si avvicina alla donna, di retaggio sovrannaturale (Rhiannon conserva attributi propri di un'antica dea celtica, Epona), afferma di non aver mai veduto donna più bella e di aver deciso di sposarla, al che la donna risponde che preferirebbe sposare lui, piuttosto che l'uomo cui è già stata promessa in sposa. Nel caso di Helgi, la soluzione a questa difficoltà sarà semplice: sconfiggere Höðbroddr in battaglia.

"E da cavallo   la figlia di Hogni
-trascorso il fragore degli scudi -   disse al sovrano:
«Altri compiti   credo ci tocchino
che bere la birra con 'colui che   rompe gli anelli' (kenning per "principe").

Ha promesso in isposa, mio padre,   a un violento
sua figlia,   al figlio di Granmarr.
Ma io, o Helgi,   ho parlato di Hodhbroddr,
re senza vergogna,   come del piccolo di un gatto.


Ecco, verrà il sovrano,   fra poche notti,
se con lui non fissi   il campo della sfida
e la fanciulla non sottrarrai   al signore.»

disse Helgi:
«Non devi aver paura, mai, dell'uccisore di Isungr!
Nel ruggito della battaglia sarò   oppure morto.» (HH I, 17-20)

Helgi intraprese dunque la guerra contro Höðbroddr. I due contendenti schierarono imponenti armate, milleduecento uomini al seguito di Helgi, e due volte tanti come avversari -le saghe e i carmi eroici tendono a ingrandire la mole delle imprese- e anche le Valchirie presero parte allo scontro.
L'Edda e la saga dedicano ampio spazio alla senna, cioè la gara di insulti, un vero e proprio genere tipico della letteratura germanica, che troviamo in altri luoghi dell'Edda, o nel confronto tra Beowulf e Unferth, che avvenne tra Guðmundr, fratello di Höðbroddr, e Sinfjötli; quest'ultimo, che finora non avevamo menzionato, divideva spesso il comando con Helgi, suo fratellastro, e aggredì il contendente con il tipo di offesa ritenuto più infamante presso i Germani, quello rivolto alla virilità:

«Un'indovina   fosti in Varinsey
donna intrigante   partoristi menzogne ancora.
Dicevi di non volere sposare nessun uomo
che avesse veste di corazza   che non fosse Sinfjötli.»
(HH I, 37)

Da parte sua, Guðmundr fece leva su un argomento veritiero, ovvero il fatto che Sinfjötli avesse vissuto, per qualche tempo, in forma di lupo, come abbiamo visto nel primo post sui Volsunghi, e lo apostrofò in relazione alla sua origine, poiché Sinfjötli, ufficialmente, era nato dal matrimonio tra Siggeirr e Signý:

«Figliastro di Siggeirr,   ti sdraiavi sulla spiaggia
solito all'ululare del lupo   là fuori nelle foreste.»
(HH I, 40)

Vi rimando alla lettura dell'Edda e della saga, per conoscere l'intero campionario di complimenti che ebbe luogo tra i contendenti.
La guerra fu vinta, ed Helgi poté sposare Sigrún. La saga non prosegue il racconto della loro storia, che è invece oggetto di altri carmi dell'Edda; il loro contenuto è taciuto dall'autore, che si limita a concludere il capitolo dicendo: "Sposò Sigrún, divenne un famoso ed eccellente re, ma non compare ancora in questa saga".

Essa procede invece con un episodio che nell'Edda è accennato da un breve raccordo in prosa, proprio alla fine del secondo carme di Helgi: la morte di Sinfjötli. Il Volsungo, durante una delle sue scorribande, si invaghì di una ragazza che era desiderata anche dal fratello di Borghildr, che vi ricordo essere la moglie di Sigmundr. I due uomini risolsero il conflitto, anche qui, con un massiccio impiego di forze, i due eserciti si scontrarono e Sinfjötli fu vincitore e uccise il suo rivale (il testo dell'Edda suggerisce invece che la questione si sia risolta senza eserciti, e che Sinfjötli abbia ucciso il fratello di Borghildr da solo). Dopo aver compiuto molte altre imprese, il figlio di Sigmundr tornò dal padre, con una fama e un bottino ormai sconfinati, e gli narrò delle sue imprese. Quando Borghildr ebbe appreso dello scontro tra il giovane e suo fratello, volle che Sinfjötli venisse bandito, ma Sigmundr rifiutò di allontanare il figlio da sé, offrendole invece un risarcimento in denaro, il famoso guidrigildo, che, come vi dicevo nell'altro post, era ritenuto infamante nelle saghe e nei racconti eroici: Borghildr lo rifiutò, e decise di farsi vendetta da sola.
L'episodio che vi racconterò adesso ha una struttura peculiare, molto simile a quella delle fiabe: al funerale organizzato in onore del fratello, Borghildr invitò anche Sinfjötli, e gli offrì un largo corno per bere, dicendogli «Bevi, figlio adottivo». Sinfjötli annusò il corno, e lo trovò sospettoso, così Sigmundr se lo fece passare, e ne bevve: acquisisce qui un significato l'osservazione fatta dall'autore molto tempo prima, a proposito del fatto che Sigmundr fosse immune sia al veleno iniettato che a quello ingerito, mentre Sinfjötli solo a quello iniettato. Questa citazione è presente anche nello Skáldskaparmál, una sezione dell'Edda di Snorri.
Borghildr passò a Sinfjötli un secondo corno, e anche questa volta il Volsungo avvertì il pericolo, sicché anche questa volta fu Sigmundr a berlo. A quel punto, Borghildr, dopo essere tornata con un terzo corno, disse che Sinfjötli doveva berlo, se davvero possedeva il coraggio dei Volsunghi. Sinfjötli lo prese e disse «Questa bevanda è stata avvelenata».
«Filtrala tra i baffi, figlio mio» disse Sigmundr. Sinfjötli seguì il consiglio, bevve dal corno, e subito cadde a terra morto. L'autore della saga interpone tra questi due passaggi, una spiegazione: "Il re era molto ebbro in quel momento, per questo parlò in quel modo". Un'aggiunta rispetto al testo eddico, che sembra voler chiarire questa sequenza di azioni così anomala e, ai nostri occhi, priva di senso: se Sigmundr avesse ritenuto che Borghildr volesse avvelenare suo figlio, come le avrebbe mai permesso addirittura tre tentativi senza piuttosto impedirla, o ucciderla lì dov'era, magari? È mia congettura che vi sia un significato nascosto in questo passo, un motivo più antico, e lo ipotizzo proprio per via di questo ripetersi tre volte della stessa sequenza.

Sigmundr raccolse il corpo di suo figlio e uscì nella foresta, per seppellirlo. Nel suo vagare si accorse d'essere giunto in un fiordo, dove vide una piccola barca e un uomo che la governava; l'uomo domandò a Sigmundr se volesse attraversare il fiordo, e questi rispose che voleva, ma poiché nella barca non vi era abbastanza spazio, il barcaiolo prese per primo il corpo di Sinfjötli, mentre Sigmundr proseguiva da terra. Un istante dopo, la barca scomparve. Che Sigmundr l'abbia compreso o meno, gli era apparso ancora una volta Odino, che aveva raccolto uno dei suoi discendenti caduti per condurlo con sé; Meli cita un passo del Bellum Gothorum di Procopio di Cesarea, che riporta una credenza dei Franchi, a proposito di una terra dei morti al di là del mare. La morte di Sinfjötli è uno dei soggetti più frequenti nell'iconografia norrena.
Tornato alla reggia, Sigmundr ripudiò la moglie. L'Edda narra che dopo qualche tempo il re partì verso sud, diretto alla terra dei Franchi, dove aveva un altro regno (mentre con Borghildr aveva vissuto in Danimarca), e che quivi conobbe Hjordis, figlia di Eylimi, che sposò e che divenne dunque la sua seconda moglie, mentre la saga, che omette questa informazione, ma contiene il racconto sui fatti che accaddero in seguito, riporta che, qualche tempo dopo il matrimonio, Sigmundr, insieme alla moglie e al suocero, tornò nella terra degli Unni.
Hjordis, che dopo qualche tempo scoprì d'essere incinta, era desiderata anche da un altro re, Lyngvi, figlio di Hundingr. Quando Hjordis gli ebbe preferito un Volsungo, un uomo della stirpe dei suoi rivali giurati, che avevano ucciso suo padre e quattro dei suoi fratelli, Lyngvi, abbandonato il regno di Eylimi e riunitosi ai suoi fratelli, mise insieme un esercito e mosse guerra contro Sigmundr. Lyngvi, a onor del vero, non agì in maniera sleale, ma dichiarò guerra formalmente e non nascose le sue forze, confidando nel fatto che Sigmundr non avrebbe rifiutato la battaglia; e Sigmundr, come suo padre Völsungr prima di lui, non la rifiutò. Radunate le sue forze, scese in campo e combatté contro gli Hundingar, mentre Hjordis, accompagnata da alcune ancelle, osservava da lontano, in una foresta.
Ora, per qualche tempo la sorte parve arridere a Sigmundr, che ebbe ragione di molti avversari, finché non accadde un nuovo evento prodigioso.

"Un uomo che indossava un mantello nero e un cappello che gli calava sul volto entrò nella mischia. Aveva un occhio solo e nella mano teneva una lancia. L'uomo avanzò verso re Sigmundr, sollevando la lancia per sbarrargli il cammino, e quando re Sigmundr attaccò con forza, la sua spada colpì la lancia e si spezzò in due." (Völsunga saga, 11)

A quel punto, gli esiti della battaglia mutarono, la superiorità numerica degli avversari sopraffece le forze di Sigmundr, e il re, che continuò a battersi con tutte le sue forze, cadde infine sconfitto.
Così come, tanto tempo prima, quando lui era giovane, Odino era apparso per donargli la spada, e investirlo così della regalità più grande del mondo del nord, alla fine della sua vita era tornato, per infrangere la stessa spada e decretare cessato il suo tempo.

Hjordis, accompagnata da un'ancella, raggiunse lo sposo ormai moribondo, e gli chiese se potesse curarlo. Questo Sigmundr le rispose allora:

«Seguitano molti a vivere, pur avendo poche speranze. Me ha abbandonato la sorte e non desidero che mi si curi. Non vuole Odino più che impugniamo la spada, dacché la ruppe: finché a lui è piaciuto, ho sostenuto battaglie"!
Ribatté la donna: «In tutto sarei soddisfatta, se ti lasciassi curare e vendicassi mio padre.»
Ma il re rispose «Ad altri toccherà: partorirai un figlio, lo crescerai come si deve; e sarà il rampollo più illustre e celebrato della nostra stirpe. Intanto conserva con cura i pezzi della spada: da questi egli sarà in grado di forgiare un'arma eccellente, che avrà nome Gramr, e con quella il nostro figliolo compirà molte imprese che non saranno obliate. Così il nome di lui resterà finché durerà il mondo. Rallegrati per questo.» (Völsunga saga, 12)

Come ebbe detto queste parole, il re, l'eletto di Odino, il Volsungo, il flagello di Siggeirr, il lupo mannaro, il padre di Sinfjötli, Helgi, Hamund e Sigurðr, morì, ed è così che non si raccontano più altre storie su di lui. Egli da allora siede tra gli eletti del Valhalla, e grande e senza fine è la sua gloria.

Al sopraggiungere di una flotta di navi vichinghe, Hjordis ordinò alla sua ancella di scambiarsi gli abiti e le identità, così che lei sarebbe stata la serva, e la serva, la figlia del re.
A capo di quei vichinghi era un uomo di nome Alf, figlio di Hjalprek re della Danimarca. Davanti ai resti dei due grandi eserciti, comprese che in quel luogo doveva essere avvenuta una tremenda battaglia, e come ebbe scorte le due donne, domandò loro di raccontargli cosa fosse avvenuto. Hjordis, che gli si presentò come serva, rispose e gli disse di come i re Sigmundr ed Eylimi fossero morti, e Alf chiese ancora se sapesse dove fosse il tesoro del re, e la donna glielo mostrò. I vichinghi raccolsero oro e gioielli in quantità come non ne avevano mai viste, e ripartirono, conducendo le donne con sé. Alf passava molto tempo conversando con le due, e una volta in patria, la regina sua madre gli fece notare come la serva fosse più bella dell'altra, e del pari, Alf osservò come fosse abile a rivolgersi a uomini di rango nel modo più opportuno. Per questo motivo sottopose le sue ospiti a una prova: durante un banchetto domandò a entrambe in che modo riuscissero a capire quando l'alba era arrivata, senza vedere la luna, le stelle o il sole. La falsa principessa, che invero era la serva, disse che da piccola usava bere un lungo sorso d'acqua prima di coricarsi, e che crescendo, aveva continuato a svegliarsi alla stessa ora anche dopo aver smesso di prendere l'acqua. Hjordis disse invece che suo padre le aveva donato un anello d'oro molto speciale, che diveniva freddo quando l'alba si approssimava. Alfr, compiaciuto, le disse:

«Doveva esserci molto oro, se anche le ancelle lo indossavano, e tu mi hai nascosto la tua identità ormai abbastanza a lungo, ma ti avrei trattata come se io e te fossimo stati figli dello stesso re, se avessi parlato, e ti tratterò anche meglio di così, poiché tu sarai la mia sposa e pagherò per te il contratto di matrimonio, quando sarà nato tuo figlio». (Völsunga saga, 12)

Così, Hjordis sposò Alfr, divenne potente presso il regno danese, e visse felicemente per gli anni a venire. E quando venne il tempo, ella partorì un figlio, che venne subito portato al cospetto di re Hjalprek, che lo asperse con l'acqua e gli diede il nome Sigurðr, che significa "guardiano della vittoria". Il re disse che nessuno sarebbe mai stato come lui.
Sigurðr crebbe in forza e in sapienza, poiché venne affidato alle cure di Reginn, figlio di Hreidmar, fabbro del re, che gli insegnò l'uso delle armi, le lingue, le rune, le maniere di corte e il gioco degli scacchi. Possedeva uno sguardo così intenso che nessuno era in grado di sostenerlo, ma tutti desistevano dal compiere i loro disegni, se Sigurðr li guardava con severità.
Reginn, il cui nome viene messo in relazione al norreno regin, che significa "divinità" o "potere", non era un uomo comune, ma di stirpe sovrannaturale. Si trovava al servizio di Hjalprek da molto tempo, ma non era vivere lì il suo vero scopo. Inseguiva un disegno oscuro che da tempo aspettava di mettere in pratica, e con Sigurðr l'occasione perfetta gli si presentò.
Un giorno mise alla prova il suo discepolo sfidandolo a chiedere un dono a re Hjalprek, poiché Sigurðr, nella sua grandezza, non chiedeva mai nulla, né approfittava del favore di cui godeva presso il re, ma viveva umilmente, peraltro senza ancora un vero scopo. Reginn gli disse dunque di chiedere al re un cavallo, e Sigurðr lo fece. Re Hjalprek lo inviò in un bosco, perché scegliesse liberamente il cavallo che avesse voluto, tra tutti quelli che lì avrebbe trovato. Giunto nel bosco, Sigurðr s'imbatté in un vecchio con una lunga barba, che gli domandò dove stesse andando, e il giovane, nel dirglielo, gli chiese consiglio su come fare a scegliere un cavallo. Il vecchio gli disse di spingere i cavalli nell'acqua, tutti insieme, e di vedere cosa sarebbe accaduto. Sigurðr seguì il consiglio, e scoprì come, mentre tutti i cavalli spingevano per uscire dall'acqua, uno rimaneva fermo al suo posto, imperturbabile: Sigurðr aveva trovato Grani, discendente di Sleipnir, il cavallo a otto zampe di Odino e migliore che sia mai esistito. Fu lui stesso a dargli quel nome, che pare derivare dal fatto che il labbro superiore del cavallo era ricoperto da setole che gli davano l'aspetto di baffi (grǫn in norreno), ma esso viene spesso inteso come un riferimento al colore dell'animale, il cui nome è stato anche tradotto come "manto grigio" o "colore grigio", che era anche il colore di Sleipnir. Il vecchio, che era Odino, manifestatosi per la prima volta anche al nuovo Volsungo, gli disse che non avrebbe mai trovato un cavallo migliore di quello.

Qualche tempo dopo, Reginn decise di rivelare la sua motivazione segreta a Sigurðr, e far sì che il destino della sua stirpe, dei Volsunghi, e di tutti coloro che si sarebbero mai legati a loro, giungesse a compimento: gli disse dell'esistenza di un tesoro come nessun altro, un tesoro grandissimo, ma custodito, in un luogo chiamato Gnitaheidr, dal guardiano più temibile che vi potesse essere, un gigantesco drago di nome Fáfnir. E fu così che Reginn raccontò a Sigurðr la storia del tesoro maledetto e dell'anello di Andvari, che è narrata anche nel Reginsmál dell'Edda, e nello Skáldskaparmál nell'Edda di Snorri. Prestate attenzione, poiché è un antico mito.

Nel tempo in cui questi avvenimenti ebbero luogo, Reginn dimorava presso la casa di suo padre, Hreiðmarr, un mago. Era il terzo di tre figli, ognuno dei quali possedeva un'abilità, di grandezza decrescente dal maggiore al minore, così che il talento nell'arte della forgiatura di Reginn era qualcosa di meno di ciò che possedevano gli altri due. Il primogenito di Hreiðmarr aveva nome Fáfnir, e di lui si dice soltanto che fosse il più grande e il più feroce, e che reclamava ogni cosa come propria. Ótr, il secondogenito, aveva un dono peculiare, poiché poteva trasformarsi in lontra a suo piacimento, e grazie a questo era il migliore dei pescatori. Secondo il mito, usava mangiare il pesce tenendo gli occhi chiusi, proprio come si vede fare normalmente alle lontre, e i norreni spiegavano questo col fatto che Ótr, in questo modo, non veda il cibo diminuire man mano che lo mangiava. Il luogo in cui cacciava abitualmente erano le Cascate di Andvari, che prendevano il nome da un nano che abitava da quelle parti. Anche Andvari si trasformava per pescare, e assumeva le sembianze di un luccio.
Un giorno, un giorno remoto in cui gli dèi Odino, Loki e Hœnir si trovavano in viaggio sulla terra, capitarono dalle parti delle Cascate di Andvari, e Loki vide la lontra. Con una pietra, la uccise, la mostrò agli altri due dèi, e soddisfatti per la caccia i tre la scuoiarono. Quella stessa sera giunsero alla dimora di Hreiðmarr, che li ospitò, e nel corso della cena i tre mostrarono al loro anfitrione il loro bottino, la pelle di lontra. Hreiðmarr fece accorrere allora i suoi due figli, e insieme aggredirono i tre dèi e li legarono, obbligandoli a pagare il riscatto per l'uccisione di Ótr. Alla fine, decisero che gli uccisori avrebbero dovuto dare loro tanto oro da ricoprire interamente, sia all'esterno che all'interno, la pelle della lontra. Fu Loki a ricevere l'incarico di procurare tutto quell'oro, e lo trovò proprio presso il nano Andvari, che, come tutti i nani, possedeva una grotta in cui conteneva tutte le sue ricchezze. Loki lo catturò con una rete e lo obbligò a dargli tutto l'oro che possedeva; è molto interessante come, nella versione di Snorri, Andvari si trovi a Svartálfheimr, il mondo degli elfi oscuri (molto probabilmente i nani, appunto), dove Odino invia Loki specificamente. Ora, tra gli oggetti che Andvari possedeva, c'era un anello che il suo possessore tentò di nascondere, un anello che aveva un particolare potere, quello di generare infinita ricchezza da sé stesso, e con cui Andvari sperava di poter ricreare il suo tesoro. Ma Loki lo scoprì, e glielo tolse. E allora, Andvari maledisse quell'anello, e decretò che esso avrebbe provocato la morte di chiunque l'avesse mai posseduto. Loki, che non stava prendendo l'oro per sé stesso, non ebbe nulla da ridire, e quella maledizione anzi gli piacque.
Loki riportò l'oro alla dimora di Hreiðmarr, e insieme agli altri due dèi lo dispose sulla pelle di Ótr, finché non fu rimasta scoperta soltanto una vibrissa della lontra. A quel punto, Odino, che nella versione di Snorri era rimasto affascinato dall'anello di Andvari e aveva sperato di tenerlo per sé, lo prese e lo usò per coprire anche l'ultimo spazio e completare così il risarcimento. Hreiðmarr e i suoi figli lasciarono dunque andare i tre dèi, e divennero possessori del tesoro, nonché dell'anello.
John Howe ha illustrato la trasformazione di Fáfnir in drago.
Come Reginn aveva detto all'inizio, Fáfnir, il maggiore dei tre figli, esigeva il possesso di ogni cosa, né poteva dunque accettare di spartirla con qualcuno. Uccise suo padre, che fu dunque la prima vittima della maledizione di Andvari, e fatto un mucchio di tutto il tesoro lo portò via, in un covo sotterraneo a Gnitaheidr, lontano dagli uomini e dalla civiltà. L'avidità e l'odio lo consumarono e al tempo stesso lo nutrirono, sicché il suo corpo prese a crescere, e crescere, e crescere, sempre meno umano e sempre più bestiale, demoniaco, fino a divenire quello di un drago. Reginn lasciò la casa e divenne il fabbro di re Hjalprekr, senza mai dimenticare il tesoro e il desiderio, non meno morboso di quello del fratello, di impossessarsene, mentre Fáfnir continuava a giacere sui cumuli d'oro, esalando veleno e rendendo mostruosa quella terra con la sua sola presenza.

Sigurðr promise che lo avrebbe aiutato a ottenere la sua vendetta -la vendetta su Fáfnir per l'omicidio di suo padre-, ma che necessitava di una spada adatta a compiere l'impresa. Tre furono le spade che Reginn forgiò per Sigurðr. Ne forgiò una prima, e gliela consegnò, e Sigurðr la provò colpendo l'incudine, sulla quale la spada si spezzò; allora Reginn forgiò una seconda spada, migliore, e Sigurðr con essa colpì l'incudine, spezzando anche quella spada. Dunque si recò da sua madre, e le domandò se fosse vero che lei aveva serbato, per tutti quegli anni, i resti della spada che era appartenuta a suo padre, e che in seguito era stata spezzata, e poi che ebbe appreso che era così, le chiese di consegnarglieli. Diede quei resti a Reginn, perché realizzasse una nuova spada con quelli; quando il fabbro ebbe terminato, gli consegnò l'arma, affermando che se anche quella avesse fallito, egli non sapeva come si facesse una spada. Sigurðr abbatté la spada sull'incudine, e la tagliò in due, senza riportare alcun segno. Poi fece un'altra prova: tenendo la lama della spada immersa nell'acqua, fece sì che un filo di lana, trasportato dalla corrente, vi passasse a contatto, e la lama tagliò il filo di lana. Come aveva decretato Sigmundr ancora prima che lui nascesse, Sigurðr chiamò quella spada Gramr, che significa "ira". Reginn si aspettava adesso che il giovane Volsungo mantenesse la sua promessa, ma Sigurðr aveva prima un'altra impresa da compiere: fare vendetta per suo padre, combattendo contro i figli di Hundingr.
Per prima cosa si recò da Gripir, il fratello di sua madre, che aveva fama di grande sapiente, e gli domandò del suo destino; ciò che Gripir gli disse costituisce il Gripismál dell'Edda, dove tutte le successive azioni di Sigurðr sono correttamente raccontate. L'autore della saga non riporta qui ciò che viene narrato più estesamente in seguito, né lo farò io. Ma Sigurðr sapeva ciò che gli sarebbe accaduto, e andò incontro al suo fato lo stesso. Hjalprekr e Alf gli fornirono tutto il supporto necessario, e in poco tempo Sigurðr si ritrovò a capo di una grande flotta, che comandava a bordo di una maestosa nave con la prua a forma di testa di drago. Durante la navigazione incapparono in una tempesta, che costrinse le navi a muoversi vicino alla costa. Fu allora, dalla cima di una scogliera, che un misterioso uomo ammantato domandò, gridando nella tempesta, chi fosse il comandante della flotta, e poi che l'ebbe appreso, disse di prenderlo a bordo. Gli domandarono il suo nome, rispose di chiamarsi Hnikar, Feng e Fjolnir, ma anche questa volta era Odino. Sigurðr gli chiese consigli per affrontare le future battaglie, e Odino gli insegnò le rune della guerra. Dopo che fu salito a bordo, la tempesta ebbe fine, e le navi di Sigurðr giunsero nella terra dei figli di Hundingr. Odino era già scomparso.
La battaglia fu violentissima, la prima impresa di Sigurðr, e dopo lunghi giorni di sangue, egli uccise Lyngvi e suo fratello, Hjorward. Radunò un grande bottino e lo riportò in patria.
Era giunto il momento di affrontare il drago.

Sigurðr e Fáfnir secondo John Howe.
Sigurðr e Reginn giunsero a Gnitaheidr, dove trovarono alberi spezzati, tracce enormi, e una rupe che pendeva sul corso di un fiume, distante da esso trenta piedi. Era dove Fáfnir si abbeverava. Sigurðr era sorpreso dalle dimensioni delle tracce del drago; non era, però, spaventato, perché la paura non era nella sua natura. Reginn disse a Sigurðr di scavare un fosso e di nascondersi all'interno, in modo da trafiggere con la spada il ventre del mostro una volta che fosse passato, e poi si nascose. Sigurðr iniziò a dedicarsi al compito, quand'ecco avvicinarsi a lui un vecchio, Odino sotto altre sembianze ancora, per chiedergli cosa stesse facendo; come l'ebbe saputo, gli fece osservare che, se fosse rimasto nel fosso mentre trafiggeva il drago, il sangue lo avrebbe riempito fino a soffocarlo, e per questo gli consigliò di scavare diverse buche, celandosi poi in una sola, in modo che il sangue defluisse attraverso le altre. Sarebbe stato così, con la spada e i consigli del Padre degli Dei, saldati da un essere sovrannaturale, che Sigurðr si sarebbe misurato con un'impresa impensabile per qualunque mortale.
Quando Fáfnir strisciò fuori dalla tana, fece tremare tutta la terra circostante. Fáfnir era quello che in norreno si chiama ormr, che significa "serpente", ma che nell'epica e nelle saghe richiama un'immagine ancestrale molto più minacciosa, un essere serpentiforme gigantesco e mostruoso. Nell'iconografia, creature come questa vengono rappresentate con almeno due zampe e una testa allungata, piuttosto che piatta come quella di un serpente. Fáfnir era un essere magico un tempo di forma umana che aveva assunto queste sembianze per rispecchiare la sua avidità e crudeltà; e se ci soffermiamo a considerare come i serpenti colmassero l'Hel, mondo dei morti, nelle descrizioni forniteci dall'Edda, e al motivo anglosassone delle anime dei defunti che si trasformavano in draghi ("The nature of Beowulf's dragon", Howard Shilton, 1997), potremmo dire con licenza poetica modernista che Fáfnir fosse morto, come essere umano, nel momento in cui aveva ucciso il padre, e che quella che ora avvelenava la terra fosse la sua ombra, il male generato dalla corruzione del suo spirito. Questo fu ciò che Sigurðr vide trascinarsi verso di lui e passargli sopra, mentre stava acquattato nella buca; e anche allora non ebbe paura, perché essa non gli apparteneva; ma sollevando le braccia, egli confisse Gramr sotto la spalla sinistra di Fáfnir, dritto nel cuore del mostro.
Illustrazione da "Stories from Northern Myths" (1914).
Fáfnir urlò urla che non appartenevano a questa terra, prese a contorcersi e a rigirarsi, e con la coda e il collo spezzò alberi e rovesciò mucchi di terra. Poi abbassò la testa, scorse Sigurðr tutto ricoperto di sangue, e gli chiese:

«Ragazzo mio, ragazzo!  Da chi sei nato;
di chi sei figlio fra gli uomini?
che in Fáfnir hai fatto rossa   la spada rilucente:
fino al cuore m'è confitto il ferro.»
(Fáfnismál, 1)

Sigurðr però non gli svelò subito il nome, poiché sapeva che la parola di un uomo morente era in grado di nuocere gravemente a colui che malediceva, chiamandolo per nome. Era questo una credenza molto diffusa nei tempi antichi presso i popoli del nord. L'eroe rispose dunque:

«Bestia Imponente mi chiamo   e me ne andai
giovane senza una madre.
Padre non ho, come i figli dei mortali,
sempre cammino, compagno a me stesso.»
(Fm, 2)

Poi però gli rivelò chi era, e di quale stirpe (l'origine di questa contraddizione interna mi è ancora oscura) e Fáfnir lo schernì, ricordandogli le sue origini di schiavo, allorché Hjordis si era presentata ad Alf in tal veste. Sigurðr gli pose domande sulle norne e altri misteri, e Fáfnir gli rispose, e ancora Fáfnir parlò dell'elmo del terrore, l'Aegishjàlmr, grazie al quale era così temuto da chiunque (si tratta di un antico simbolo magico, di cui vi ho parlato qui). Infine, il drago disse all'eroe di non prendere il tesoro, poiché la maledizione che aveva trascinato lui all'omicidio e, ora, alla morte macchinata dal fratello, si sarebbe ritorta anche su di lui. E Sigurðr non lo ignorava affatto. Rispose, però, così:

«Se sapessi che non morirò mai, cavalcherei via, anche se dovessi perdere tutta questa ricchezza. Ma ogni uomo valoroso desidera conquistare ricchezze fino a quando non viene il suo giorno. Ma tu, Fáfnir, muori tra gli spasimi, finché l'Hel ti abbia».

E Fáfnir morì.
Ora, molti di voi conosceranno la versione della storia in cui Sigfrido si bagna nel sangue del drago e ne ottiene l'invulnerabilità in tutto il corpo eccetto un punto, che diverrà la sua debolezza. Questo è quanto racconta il Nibelungenlied, ma la storia norrena, più antica, continua in un altro modo.
Reginn si complimentò con Sigurðr per il suo trionfo -e non ci è dato sapere cosa pensò vedendolo ancora vivo, se nel suo disegno, come sospetto, il Volsungo sarebbe dovuto annegare nel sangue-, ma mentre osservava il corpo e ripensava agli eventi, aggiunse di avere difficoltà a non fargliene colpa, al punto che Sigurðr afferrò la spada. Alla fine, Reginn gli chiese un compenso, poiché aveva assassinato suo fratello e il diritto imperava che Reginn ne facesse vendetta: per questo chiese a Sigurðr di prendere il cuore di Fáfnir, arrostirlo, e darglielo da mangiare. Sigurðr fece quanto richiesto, e la saga riporta che lo fece usando Ridill, la spada di Reginn, che nel frattempo beveva il sangue del drago.
Ora, Sigurðr aveva acceso il fuoco e vi aveva posto sopra il cuore ad arrostire, e venne il momento di toccarlo per controllare a che punto fosse: allora, una goccia di sangue schizzò sul dito di Sigurðr e lo ustionò, e l'eroe se lo mise in bocca. Fu allora, come pure avviene nella versione tedesca, che si rese conto di essere in grado di comprendere quello che dicevano alcune cinciallegre sugli alberi nelle vicinanze. Invero, sentì che gli uccelli discutevano su come Reginn, poco distante, stesse tramando per uccidere Sigurðr, così da non dover spartire il tesoro con lui, e su quanto meglio avrebbe fatto l'eroe a ucciderlo per primo, prendere il tesoro e andarsene. Uno degli uccelli aggiunse che Sigurðr sarebbe dovuto andare a Hindarfjäll, alla ricerca di colei che aveva nome Brynhildr.
Sigurðr prestò fede agli uccelli: uccise Reginn, colui che lo aveva cresciuto proprio per quel giorno, raccolse il tesoro di Fáfnir e lo pose in due grandi forzieri che pose sul dorso di Grani. Si trattava di un peso superiore alle possibilità di tre cavalli insieme, e quando Sigurðr provò a tirare Grani per la briglia, senza salirgli in groppa, Grani non si mosse; quando invece Sigurðr, compreso cosa lui volesse, gli montò in groppa, Grani corse via come se non avvertisse alcun peso, e insieme viaggiarono verso Hindarfjäll e la loro prossima avventura.

Brynhildr, che risulterà più familiare come Brunilde, era una Valchiria, figlia di un re di nome Buðli. Di carattere fiero e inamovibile, Brunilde si era intromessa nella guerra tra due re, Hjamlgunnar e Agnar, e benché Odino avesse promesso al primo la vittoria, Brunilde lo aveva atterrato in combattimento, sconfiggendolo. Per questo motivo Odino l'aveva punta con una spina che l'avrebbe gettata in un sonno profondo, annunciando che lei non avrebbe mai più vinto una battaglia, bensì avrebbe preso marito, e tuttavia Brunilde, prima di addormentarsi, aveva sancito che non avrebbe potuto svegliarla nessuno se non un uomo che non conoscesse la paura. Da allora era passato molto tempo.
Illustrazione da "Stories from Northern Myths" (1914).
Hindarfjäll era un palazzo luminoso tanto da sembrare acceso di fuoco inestinguibile. Sigurðr si avventurò al suo interno, e trovò in una stanza una persona completamente chiusa in un'armatura, così aderente che pareva esserle cresciuta direttamente dalla carne. Rimosse l'elmo, e scoprì che si trattava di una donna. Sfiorò il collo e le braccia dell'armatura ed ecco, accadde un prodigio: le dita di Sigurðr fendevano il metallo come fosse carta, cosicché senza sforzo lacerò la corazza intorno al busto a partire dal collo, poi dalle braccia e dunque dalle gambe, liberò la donna dall'armatura e così facendo ella si risvegliò.
«Chi è stato così forte da spezzare la mia armatura e interrompere il mio sonno? Ed è Sigurðr figlio di Sigmundr a essere giunto qui con l'elmo di Fáfnir, e con il fato di Fáfnir nelle sue mani?» ella disse. Sigur­ðr si rivelò a lei, e le chiese, in nome della sua fama di donna saggia e potente, di insegnargli le rune, e così Brynhildr fece, insegnandogli le rune della pace e quelle della guerra, quelle della navigazione e quelle della birra, quelle del linguaggio, della vita, e tutte quelle che conosceva.
I due si promisero eternamente l'uno nelle mani dell'altra, legando i loro destini e i loro cuori.
Ed ecco perché ho intitolato il post nel modo che vedete. Il fatto che Sigurðr non conoscesse la paura non è un vanto o una lode, ma la sua vera natura, rivelata da una prova magica, un ostacolo che sarebbe potuto essere superato solo da una qualità che lui possedeva realmente.

Bibliografia

Gianna Chiesa Isnardi, "I miti nordici", Loganesi, Milano 1991.
Marcello Meli (a cura di), "La saga dei Volsunghi", Dell'Orso, Alessandria 1993.
Piergiuseppe Scardigli (a cura di), "Canzoniere eddico", Garzanti, Milano 2004.
Snorri Sturluson, "Edda", a cura di Gianna Chiesa Isnardi, Garzanti, Milano 2016.