giovedì 3 settembre 2020

L'epopea di Svipdagr

Il lavoro che trovate qui, di cui mi concedo una piccola parentesi di orgoglio, trattandosi di una ricerca filologica leggermente più complessa di quelle precedenti, è soprattutto inteso ad accompagnarne un altro, che auspicabilmente troverete la settimana prossima, il giorno del quinto anniversario dell'Anima del Mostro e della fine della sua prima fase.
Entrambi ruotano intorno a un personaggio misterioso della mitologia nordica, o forse soltanto a un nome, un nome che tiene insieme cose che, forse, non hanno mai avuto nulla in comune: Svipdagr.

La fine della Ricerca

A monte del mio progetto su Svipdagr, quale che sia la forma che assumerà alla fine, c'è una ricerca ben precisa, che mi ha animato per diversi anni: scoprire l'origine dell'illustrazione di John Bauer, Svipdag transformed in a dragon, che tutti conoscerete bene, dato che è l'immagine rappresentativa dell'Anima del Mostro da quasi cinque anni.
L'illustrazione mi è cara perché, nel momento in cui scrivo e da più di una decina d'anni, apre la pagina di Wikipedia "Fantasy". Le prime volte, quando la vedevo da bambino, l'immagine mi inquietava sottilmente, non saprei spiegare perché -sarà forse stata l'intensità espressiva della creatura, con le fauci spalancate in un urlo disperato-, e, come dico sempre e ho anche scritto altrove, mantengo sempre un certo grado di affetto verso tutte le cose che mi hanno suscitato paura, in qualunque grado.
Una volta addentratomi nello studio metodico della mitologia nordica, al cui complesso fu presto chiaro ai miei occhi che Svipdagr appartenesse, ebbi naturalmente il desiderio di conoscere questo mito a me ignoto in cui, a quanto potevo desumere dal titolo dell'illustrazione, un personaggio veniva trasformato in un drago. Ho un particolare interesse per le storie in cui gli uomini si trasformano in draghi, e soprattutto, considerando anche il numero esiguo di storie sui draghi nella mitologia nordica -che aumenta se prendiamo in considerazione le saghe, ma si limita a Fáfnir e ai serpenti cosmici per quanto attiene all'Edda-, una sola in più avrebbe allargato notevolmente il conto. Rintracciai lo Svipdagsmál, l'insieme dei due carmi della cosiddetta Edda minore che raccontavano il suo viaggio e la sua impresa, ma non c'era nulla su questa misteriosa metamorfosi.

"Svegliati Gróa, svegliati madre". Illustrazione di John Bauer
per Fädernas gudasaga (1911), di Viktor Rydberg.

Per anni non ho trovato niente. Dopo aver dato risposta a diverse mie curiosità grazie al lavoro dell'Anima del Mostro, e aver scoperto risorse e metodi grazie ai quali essere più efficiente, credevo di poter risolvere enigmi di questo calibro, eppure a lungo nulla riuscì a rispondere alla mia curiosità. Rintracciai il legame tra la vicenda che cercavo e i Gesta Danorum di Saxo Grammaticus, dove Svipdagr era protagonista di storie assenti nell'Edda, e l'episodio di Hadingus e del mostro marino sembrava coincidere con l'oggetto della mia ricerca, ma senza nessun esplicito legame tra questa creatura e Svipdagr. A volte, su alcuni blog, trovavo l'opera di Bauer accompagnata da note che facevano riferimento a una storia più ampia, parlavano di Odino che puniva Svipdagr per aver veleggiato con una flotta contro di lui -o almeno è quello che mi rimase in mente, e che naturalmente ispirava alla mia immaginazione scenari decisamente interessanti, configurando Svipdagr come un personaggio superbo che sfida dèi che nessun mortale ha sfidato nello stesso modo-, confermandomi che esisteva una fonte attendibile per l'illustrazione di Bauer, da qualche parte, senza però che la trovassi.

Nell'estate del 2017 scoprii, liberamente leggibile in rete grazie al sito Sacred Texts, il libro Teutonic Myth and Legend - An Introduction to the Eddas & Sagas, Beowulf, The Nibelungenlied, etc., di Donald A. Mackenzie, del 1912. Si trattava di una narrazione che armonizzava, legandoli tra loro, non solo gli eventi dell'Edda e di saghe autenticamente norrene, ma anche del Beowulf e di altre opere germaniche, tutti disposti secondo un ordine cronologico. Un'opera curiosa, originale, benché, anche dalla modestia della mia competenza di allora, mi paresse improbabile ottenere un risultato scientifico senza inserire elementi assenti negli originali e interpretazioni quantomeno fortemente soggettive. Pure, si poteva leggere come affascinante tentativo, valido poeticamente anche quando non lo fosse stato filologicamente.
Esaminando il testo notai, non senza meraviglia, che Svipdagr, così marginale nell'Edda, aveva invece uno spazio cospicuo all'interno di questo testo, che non solo conteneva il racconto dei Gesta Danorum, ma lo vedeva anche impegnato in imprese epiche che riguardavano gli dèi. E c'era, finalmente, anche la storia della sua trasformazione in drago.
Avevo trovato la storia, insomma. Certo. Ma non era sufficiente: che motivo aveva, questo autore, per raccontare la storia in modo così difforme dalle fonti? Era solo fantasia? L'illustrazione di John Bauer era unicamente frutto della fantasia di un rielaboratore di miti?
In ogni caso, avevo scoperto che la trasformazione di Svipdagr in drago era il culmine di una storia più vasta, una storia che non conoscevo e che richiedeva una mia lettura, se non nel libro intero, quantomeno dei capitolo a lui dedicati. Poiché, nel periodo in cui ero pervenuto a questo risultato, avevo deciso di scrivere, e pubblicare qui sull'Anima, un racconto artistico della vicenda di Svipdagr trasformato, era necessario, anche qualora fosse stata una creazione arbitraria, conoscere tutta la vicenda che aveva portato a quel passaggio. Del resto, ciò che apprendevo aveva già insinuato nel mio pensiero poetico la visione di Svipdagr come di una sorta di Lucifero norreno, un personaggio luminoso (tale il significato del suo nome) che aveva peccato di superbia ed era stato trasformato in drago, come in Satana in Milton o nell'iconografia medievale ispirata all'Apocalisse.
Per diverse ragioni, rimandai questo lavoro a quando avessi avuto il tempo di riprendere quella ricerca. Tempo dopo, decisi che "Svipdagr" sarebbe stato il centesimo post dell'Anima del Mostro.

"Svipdagr trasformato", illustrazione di John Bauer
per Fädernas gudasaga (1911), di Viktor Rydberg.

Arriviamo al presente, quando il turno di Svipdagr è finalmente giunto.
Ho ripreso la bozza che avevo iniziato a scrivere, il libro di Mackenzie, quello che occorreva per terminare il lavoro.
Poi, forte di una nuova attenzione ai dettagli, ho consultato nuovamente Wikipedia, che contiene i dettagli di tutte le immagini inserite nella piattaforma Commons.
Lo so, una persona più presente alla realtà l'avrebbe fatta come prima cosa.
Quello che ho scoperto, che è ciò che la prima volta mi aveva condotto da Mackenzie, ma cui questa volta ho prestato attenzione, è che Svipdagr transformed in a dragon illustra un libro ben specifico, Our Fathers' Godsaga di Viktor Rydberg (titolo originale Fädernas gudasaga, 1887).
Viktor Rydberg è esattamente quello che stavo cercando.
Fädernas gudasaga è il racconto in forma organica dei miti nordici da cui, presumibilmente, deriva anche il libro di Mackenzie. È qui che si trova la storia di Svipdagr con tutti gli attributi "extra-eddici" che avevo scoperto. Bauer ha illustrato ciò che ha scritto Rydberg, e Mackenzie lo ha riscritto.
Solo che Rydberg, insieme alla narrazione, pubblicò anche un libro intitolato Undersökningar i germanisk mythologi, costituito da un volume del 1886 e uno del 1889, tradotti in inglese come Teutonic Mythology, dove ha esposto e argomentato le sue congetture sui testi antichi, a partire dai risultati delle quali aveva scritto la sua narrazione mitologica unitaria. Teutonic Mythology è il processo, Our Fathers' Godsaga è il risultato. Si tratta di lavori criticatissimi, stroncati dalla maggior parte dei filologi e degli esperti, e di cui oggi non si parla neanche più. Ma è da lì che è nata la storia, o forse la variante della storia; o il mito, o più opportunamente il sub-mito, che ho cercato per tanti anni.

Così, eccomi a voi. Questo è il resoconto della vicenda della mia biografia che ha portato alla storia. 
Qui di seguito troverete la storia, quello che hanno raccontato le fonti e quello che potrebbero aver voluto significare, che indagheremo con i pareri degli studiosi che se ne sono occupati.
E soprattutto ci sarà anche lo studio, mio, sulla ricostruzione che Rydberg ha fatto della storia di Svipdagr, sulle sue fonti, le sue intuizioni, le evidenze filologiche su cui si basano o che più probabilmente ignorano, in modo che, anche se fossi l'unico al mondo ad essersi tanto interrogato dopo aver visto quell'immagine, il processo dal quale è nata resti conoscibile e ricostruibile, a disposizione di chiunque possa un giorno porsi queste domande.
Specialmente perché, devo ripeterlo, quell'immagine rappresenta L'Anima del Mostro da quasi cinque anni.

Svipdagr: chi era costui?

Svipdagr è composto dalle parole svipa, verbo che denota un movimento immediato, e dagr, un sostantivo, che significa "giorno". È un nome problematico, dato che il prefisso svip non ricorre in nessun altro nome norreno -anche se di Svipdagr ne esistono più di uno. Ipotizzando un costrutto formato da due nomi, dei quali il primo funge da aggettivo qualificativo del secondo, si è ipotizzato che svip significhi il momento in cui la luce scompare, oppure, dato che nello Svipdasmál vengono insegnate all'eroe alcune formule magiche, con cui liberarsi dei nemici e degli ostacoli, che il suo nome designi "il giorno che fa sparire", e quindi "il giorno magico" (Sturtevant 1958). Gianna Chiesa Isnardi lo associa all'irrompere improvviso della luce mattutina, un'alba pregna di potenzialità e dinamismo, e lo definisce "l'eroe solare per eccellenza" (Isnardi 1991).
Il nome designa più di un personaggio della letteratura mitologica norrena tradizionale, e la lista aumenta considerando anche quella storica. Con un'unica eccezione, però, si tratta di personaggi minori, nominati una volta sola in elenchi di guerrieri. L'eccezione è quella che ci interessa.
Si tratta del protagonista di due carmi di genere eddico, che non sono contenuti nel Codex Regius, la raccolta di manoscritti che annovera il GKS 2365 4 (redatto nel XIII secolo), la raccolta di ventinove testi che costituiscono quella che chiamiamo comunemente Edda o Edda poetica, ma in tre codici del XVII secolo, insieme ad altri carmi, anch'essi assenti nel Codex Regius, che costituiscono la cosiddetta "Edda minore", che nelle edizioni moderne a volte accompagnano quelli dell'Edda maggiore e altre volte sono omessi. I due carmi, la cui composizione è collocata tra il XIII e il XIV, cosa che li rende ben più tardi degli altri testi eddici, sono il Grógaldr e il Fjölsvinnsmál, e poiché in entrambi il protagonista è Svipdagr vengono comunemente indicati col nome complessivo di Svipdagsmál, "carme di Svipdagr", che esamineremo attraverso il testo, la traduzione e l'interpretazione di Bifrost.it.
Nel primo, il Grógaldr (galdr, incantesimo), cioè "L'incantesimo di Gróa", troviamo un motivo fiabesco: Svipdagr si reca sul tumulo della madre defunta, Gróa, poiché prima di morire ella gli aveva detto di rivolgersi a lei laddove avesse avuto bisogno di aiuto, e la chiama. La voce della madre si leva dalle profondità oltremondane per domandargli che cosa gli occorra, e Svipdagr risponde che la sua matrigna, la donna che ha sposato suo padre dopo la sua morte, gli ha ordinato di andare a cercare Menglöð, che dimora in una terra dove chiunque si avventuri trova la morte; pertanto, Svipdagr chiede alla madre di cantare incantesimi che lo proteggano durante il cammino. Il resto del carme è occupato dai nove incantesimi, nove formule composte secondo una struttura ricorrente, che Gróa canta al figlio: sono formule che ella gli raccomanda di ricordare, ma i cui effetti vengono anche provocati da lei stessa mentre li canta. Formule per proteggere il viandante dalle ostilità della natura, per placare gli animi dei nemici e per neutralizzare i poteri di avversari che superino la natura stessa. Le formule della Grógaldr , la cui struttura ricorda anche gli incantesimi dell'Hávamál, sono estremamente interessanti per la comprensione della magia nordica, ma non è questo il nostro interesse presente. Ci basti tenere a mente che Gróa, evocata dal mondo dei morti, presenta attributi simili a quelli della völva evocata da Odino nella Völuspá e nei Baldrs Draumar, creatura non del tutto umane, imparentate con la stirpe dei giganti e simili alle Norne.
Trovate una versione musicata degli incantesimi della Grógaldr nella splendida "Traust" degli Heilung, a partire dal minuto 3:30.

Il Fjölsvinnsmál, "Carme di Fjölsviðr", prende il nome dal nuovo interlocutore di Svipdagr, la cui identità è incerta, ma presenta Odino come candidato più probabile. Nella strofa 47 Svipdagr afferma di essere figlio di Sólbjart, che significa "splendore del sole" ed è un nome misterioso e privo di altre attestazioni, su cui torneremo più avanti.

Svipdagr è giunto davanti a una fortezza abitata da giganti, e Fjölsviðr, presumibilmente un custode -di sé dice solo di essere molto saggio, che è il significato del suo nome, e parco del suo cibo- gli chiede chi sia, gli nega l'accesso e inizia con lui un certamen di sapienza, simile a quelli che Odino ingaggia con Þrymr o Vafþrúðnir: Svipdagr, presentatosi come Vindkaldr ("vento freddo"), pone domande sulle caratteristiche della fortezza e dei suoi abitanti, e Fjölsviðr risponde puntualmente a ciascun quesito, secondo una struttura classica di questo genere, ma facendo riferimento a nomi e miti completamente estranei a quelli della tradizione eddica principale. La fortezza è difesa da un muro di fuoco e da cani da guardia, superare la loro sorveglianza è impossibile, sconfiggere i guerrieri che vi dimorano impensabile. L'eroe si trova davanti a un accesso impossibile, fino al momento in cui domanda se esista qualcuno che possa dormire tra le braccia di Menglöð senza temere pericoli. Alla risposta "Solo Svipdagr, al quale è promessa in sposa", Svipdagr rivela apertamente la sua identità, risolvendo l'enigma (similmente, oserei dire, al modo in cui ne Le Conte du Graal di Chrétien de Troyes è necessario porre la giusta domanda alla processione mistica che trasporta il graal, per poter compiere il miracolo al quale è vincolato e salvare il moribondo Re Pescatore). Fjöslviðr manda allora a chiamare Menglöð, che interroga a sua volta il giovane sulla propria identità, temendo si tratti di un inganno, e quando finalmente Menglöð realizza di avere davanti l'uomo che ha lungamente aspettato, lo accoglie per vivere insieme a lui «ævi ok aldr saman», "fino al nostro ultimo giorno".
La maggior parte degli studi su Svipdagr si svolge dunque intorno a questa coppia di testi, che per la ricchezza di allusioni, nomi parlanti intercambiabili, e per altre ragioni ancora, sono interpretati soprattutto come simbolici, atti a illustrare una ricerca iniziatica che può essere tanto quella di un giovane appena maturato della donna da sposare, quanto quella di altri scopi allegoricamente rappresentati da lei, come la conoscenza.

"Freyja e Svipdagr", illustrazione di John Bauer per 
Fädernas gudasaga (1911), di Viktor Rydberg.

Un percorso di indagine molto battuto è quello che considera i nomi di tutti i personaggi dello Svipdagsmál degli epiteti di più tradizionali e meglio attestate figure della mitologia nordica, e in particolare Menglöð, già da Jacob Grimm nel 1835, è stata spesso identificata con la dea Freyja: il suo nome, che significa "lieta della collana", farebbe riferimento a un attributo tradizionale della dea, la collana Brísingamen ("gioiello dei Brísingar", dal nome della stirpe cui si lega, probabilmente i nani che l'hanno forgiata).

La vicenda di Svipdagr si arricchisce in un'altra fonte "attendibile", i Gesta Danorum di Saxo Grammaticus (XII-XIII secolo). Si tratta di una voluminosa opera storiografica scritta in latino e divisa in sedici libri, dove le origini delle vicende storicamente documentabili si uniscono a miti noti e a frammenti di miti perduti; è anche nota per la presenza della storia di Amloði, l'Amleto di Shakespeare.
Qui Suibdagerus è il re di Norvegia che compare nel primo libro, il tirannico sovrano che ha conquistato la Danimarca e la Svezia e che sarà antagonista di Hadingus, il primo eroe di cui Saxo racconti le gesta. Occorrerà dunque soffermarci anche sulla storia di Hadingus, visto il modo in cui si lega a quella di Suibdagerus (il racconto che segue proviene da Koch-Cipolla 1993).
In merito a quest'ultimo, è quantomeno problematico il confronto con l'eroe dello Svipdagsmál, lì un giovane che supera brillantemente una prova iniziatica magica gareggiando con un personaggio "molto saggio", la cui grandezza deriva da qualità interiori e dal favore di poteri sovrannaturali, qui, invece, un uomo potente per una regalità terrena, connotato in modo ostile. Ludovica Koch, nell'edizione italiana dei Gesta Danorum, ipotizza che Saxo abbia semplicemente derivato il nome dalla tradizione leggendaria, dato che Svipdagr, come si accennava, si chiamavano anche guerrieri in altri testi; più nel dettaglio, un personaggio nel prologo dell'Edda di Snorri, un compagno di Hrólf Kraki, un personaggio dell'Heimskringla, e anche un antenato di re Aella nella Cronaca Anglosassone, Swæbdæg, su cui forse dovremo tornare.
La prima menzione di Suibdagerus in Saxo lo mostra già re di Norvegia e reo di due gravi crimini, avere stuprato la sorella di Gram, re di Danimarca e di Svezia, e avere insidiato sua figlia. Grazie all'aiuto di truppe sassoni, giunte per vendicare la morte di Enrico, re di Sassonia, ucciso da Gram, Suibdagerus lo sconfigge e diviene anche re di Danimarca e di Svezia. È allora che nascono i due figli di Gram, Guthormus e Hadingus, uno da Gro, l'altro da Signe, coloro su cui ricade l'onere di vendicare il padre. I due neonati vengono affidati alle cure dei giganti Vagnhofthus e Haphlius, che li proteggono per alcuni anni. Suibdagerus, adesso re di un regno vastissimo, ha nel frattempo sposato la figlia di Gram che aveva insidiato, sorella di Guthormus e Hadingus (e fino a questo punto la storia ricorda quella di Sigmundr nella Völsunga saga), che intercede per loro presso Suibdagerus affinché li richiami dall'esilio, ma solo il primo accetta di recarsi a corte: Hadingus giura solennemente di vendicare la morte di suo padre. Raggiunta la maggiore età, Hadingus parte e vive numerose imprese, fino a radunare la forza per tornare in Svezia e sfidare il re Suibdagerus, riuscendo a vincere la battaglia e a ucciderlo, e ottenendone sia la vendetta che la regalità. Le imprese di Hadingus, a questo punto, procedono per molte altre direzioni, incluso lo scontro con i figli del suo avversario.
Il passaggio che ci interessa di più è quello che avviene alcuni anni più avanti: dopo aver perso una battaglia contro gli Svedesi, Hadingus si ritira nello Hälsingland, una regione della Svezia centro orientale, dove ha un incontro prodigioso, per quanto poco dettagliatamente narrato:

«Hadingo, sconfitto, si ritirò nello Hälsingland; e lì, mentre, arroventato dal calore del sole, si bagnava nella fresca acqua del mare, attaccò un mostro marino di razza sconosciuta, lo uccise mettendo a segno un gran numero di colpi, e ordinò di portarlo all'interno dell'accampamento. Mentre esultava per quest'impresa, gli si avvicinò una donna e si rivolse a lui dicendo:

Sia che cammini per campi, sia che stenda la vela sul mare,
vedrai levartisi contro gli dèi, e ostacolarti i progetti
gli elementi, dovunque tu vada. Ti vedrai costretto a scappare
per terra, a ballare sul mare, a trovarti a compagno costante
dei tuoi viaggi un ciclone, né a mai vederti allentate le vele.
Non ci saranno a proteggerti case: se cerchi di entrarci,
le abbatterà la tempesta; dal gelo tremendo le bestie
ti morranno; le cose, ammalate, piangeranno la tua maledetta
presenza. Ti fuggiranno come un flagello di scabbia:
sarai la peste più nera che si sia mai vista. È la pena
che ti assegna il potere celeste. Con mano sacrilega
hai ucciso, nascosta in un corpo non suo, una natura divina:
ti sei fatto assassino di un dio benefico. Parti per mare
e patirai la furia dei venti, liberati dal carcere di Eolo;
irromperanno a schiacciarti Austro e Zefiro e Borea,
gareggeranno in congiura a chi soffia più forte, finché
con intenzioni più pure placherai la durezza divina,
saprai addolcirla patendo il castigo che meriti.
»

Hadingus vede allora abbattersi su di sé la maledizione degli dèi, fino al momento in cui riesce a placarne la collera istituendo un sacrificio particolare.

«Così, per placare gli dèi, sacrificò a Frö degli animali di colore nero. Ripeté il sacrificio propiziatorio in una festività annuale, e ne lasciò la consuetudine ai posteri perché l'imitassero. Gli Svedesi lo chiamarono Fröblot.»

Qui, per lo meno, è dove arriva Saxo. È quello che la tradizione antica ci ha consegnato su Svipdagr, e forse su due Svipdagr completamente diversi.
Finché non si aggiunge all'equazione Viktor Rydberg.

Rydberg ritiene Svipdagr, che in questa rassegna risulterebbe un personaggio secondario, marginale, del complesso di storie del grande nord, un eroe centrale, soprattutto perché, mediante alcuni legami, finisce con identificare Svipdagr, o forse, più precisamente, far confluire in Svidpagr, diversi altri personaggi partecipi di miti anche più noti, che tutti insieme compongono una grande trama, partendo dall'idea che Svipdagr sia un epiteto, una designazione per solo alcune delle caratteristiche di questo personaggio, e che mediante questo epiteto egli possa essere identificato, in particolare, con Óðr, Skírnir e Hermóðr.
Le tesi di Rydberg, come già chiarito in apertura, sono state negate in tutti i modi possibili, i suoi azzardi sono notevoli, il suo metodo non è scientifico; ci interessa però perché ne viene fuori una bella storia, le cui fondamenta filologiche, che non la rendono attendibile da nessun punto di vista, le conferiscono maggiori dignità e fascino della semplice invenzione e della rivisitazione di qualunque rimaneggiatore contemporaneo.

Il primo elemento con cui legare Svipdagr alla mitologia eddica classica è il suo legame con Freyja, che presume, naturalmente, che quest'ultima sia Menglöd.
Nell'Edda di Snorri, lo sposo di Freyja è Óðr, un dio di cui sappiamo poco, se non le sue abitudini di viaggiatore: si assentava spesso da casa per lunghi periodi, e Freyja, soffrendone la lontananza, piangeva lacrime che si trasformavano in oro.
Alla ricostruzione di Svipdagr, Rydberg aggiunge lo Skírnsimál, un carme dell'Edda del X secolo circa, su un episodio che ha per protagonista Skírnir, un servo del dio Freyr, incaricato di scoprire la causa della malinconia del suo signore e da questi incaricato di fare da suo messaggero d'amore per Gerðr, una gigantessa che dimora in un paese lontano. Freyr affida a Skírnir la sua spada e il suo cavallo, grazie al quale supera la parete di fuoco e gli ostacoli che lo separano dalla dimora di Gerðr, davanti alla quale monta la guardia anche un pastore che gli sconsiglia di proseguire. Le analogie con il viaggio di Svipdagr al palazzo di Menglöd sono numerose, ma a permettere a Skírnir la riuscita dell'impresa sono gravi minacce di miseria e solitudine. Il significato del nome di Skírnir è "il luminoso".
Hermóðr, figlio di Odino, è conosciuto soprattutto per il mito della morte di Baldr: è lui, prendendo Sleipnir, il cavallo di suo padre, a scendere nel regno di Hel per liberare Baldr, ottenendo la risposta della dea della morte e risalendo sulla terra per riferirla agli dèi. In qualità di messaggero, Rydberg lo considera allora estremamente simile a Skírnir, anche perché in entrambe le imprese si ritrova un viaggio in regioni sovrannaturali e il prestito di un destriero divino. Hermóðr sembra essere un dio minore, non menzionato tra i più importanti nella lista che Snorri fa nel Gylfaginning, ma in una poesia scaldica, l'Hákonarmál (carme di Hákon), dove si descrive l'assunzione tra gli dèi della Valhöll del re norvegese Hákon il Buono (920–961 circa), Hermóðr viene chiamato insieme a Bragi per accogliere il sovrano. Nel Beowulf, in ben due passaggi, incontriamo un Heremōd, un eroe del passato ricordato per una storia di decadimento morale, che però ci interesserà di più tra poco.

Gróa, la madre di Svipdagr, non compare solo nel Grógaldr. Oltre alla presenza di una Gro moglie di Gram nei Gesta Danorum, che Saxo però non riconduce in alcun modo a Suibdagerus, la sua storia più conosciuta si trova nell'Edda di Snorri, e più precisamente nello Skáldskaparmál, dove è la moglie del gigante Aurvandill, un personaggio che è già stato interessante per noi (a proposito del tolkieniano Eärendil) e che fa parte di uno degli snodi di filologia e mitologia comparata più enigmatici. Il mito, che ripercorro brevemente, vede Þórr recarsi da Gróa dopo aver ucciso il gigante Hrungnir, del quale gli è rimasto un frammento della cote che Hrungnir usava come arma incastrato nel cranio, perché glielo rimuova adoperando le sue arti magiche: Gróa si dedica prontamente al lavoro, ma durante la conversazione Þórr le rivela di aver incontrato Aurvandill, che manca da casa da molto tempo, e che questi sta tornando a casa, e la gigantessa, colma di gioia, corre fuori per accoglierlo dimenticandosi di terminare il lavoro sulla cote, che da allora è rimasta nella fronte di Þórr.
Sarebbe allora Aurvandill, colui il cui alluce congelato era stato scagliato da Þórr nel cielo diventando la stella del mattino, l'Earendel del Christ II anglosassone che ha ispirato Eärendil, il marinaio del Silmarillion, Aurvandill padre di Amloði-Amleto, il padre di Svipdagr?
È quello che sostiene Rydberg nel suo studio sulla mitologia teutonica.
Nel Fjölsvinnsmál , come già detto, Svipdagr afferma di essere figlio di Sólbjart, "splendore del sole", mentre non rivela il nome del padre che si è risposato con la donna che l'ha inviato da Menglöd nel Grógaldr, che potrebbe e non potrebbe essere Sólbjart. Se i due poemi compongono davvero la stessa storia, manca qualcosa nel mezzo. Rifacendosi proprio al Christ II, ai versi «éala éarendel engla beorhtast/ ofer middangeard monnum sended» ("salute Earendel, più luminoso degli angeli/ mandato agli uomini della terra di mezzo"), Rydberg interpreta Sólbjart come un epiteto riconducibile ad Aurvandill, nel suo ruolo di stella del mattino, ritenendo che anche alla cultura scandinava fosse familiare questo attributo di stella "luminosa come il sole".

Ecco quindi la vita di Svipdagr secondo Rydberg: suo padre era Aurvandill, sua madre Gróa. ottenne di poter vivere tra gli dèi, e sposò Freyja. Quando questa venne rapita dai giganti, Svipdagr viaggiò nelle terre di Jotunheimr e di Niflheimr, e la salvò, secondo un'altra trama ricostruita dai Gesta Danorum, quella di Otharus (cioè Óðr) che salva una principessa di nome Syritha.

Veniamo alla parte che ci interessa di più: Svipdagr che viene trasformato in un drago.
Saxo parla di belua inauditi generis, "una belva di un tipo mai visto", che significa che non si tratta di un animale chiaramente identificabile e pone la creatura uccisa da Hadingus in un piano sovrannaturale, un animale dal possibile aspetto chimerico; il fatto che sia sacro agli dèi al punto di portarli a esigere un grave risarcimento per la sua uccisione è probabilmente ciò che completa quella sua straordinarietà: è una creatura che non appartiene alle categorie mortali dell'esperienza.
Mentre i draghi, che neppure appartengono alla sfera dell'ordinario, sono decisamente inconfondibili, visto che la letteratura nordica ce ne parla molto; oltre al fatto che nessuno di essi è mai stato vicino al favore degli dèi, da Fáfnir che appartiene a una stirpe maledetta a Jörmunganðr che è l'acerrimo nemico di Þórr.
Ora, Rydberg osserva che Hadingus, quando gli viene annunciata la maledizione degli dèi, non ripara subito al torto che ha commesso, ma è solo dopo aver sperimentato la persecuzione dei venti e di tutte le forze della natura che accetta di compiere il sacrificio per Freyr; secondo lo studioso, Hadingus aveva ucciso qualcuno che si sentiva legittimato a uccidere, e per il quale non avrebbe mai provato pietà, né avrebbe accettato di chiedere perdono, se non davanti a una manifestazione così violenta della collera divina. E la ragione è che aveva riconosciuto il suo nemico nella creatura.
La prova, per Rydberg, è che il dio cui dedica il sacrificio è Freyr, fratello di Freyja, particolarmente vicino a Svipdagr come mostra la storia di Skírnir.
L'idea che la forma della creatura sacra fosse quella di un drago, Rydberg la trova in una fonte anglosassone, che lega inaspettatamente questa vicenda a un'altra famosa storia di eroi e di mostri: il Beowulf, dove la storia di Heremōd (l'Hermóðr anglosassone menzionato precedentemente) è intrecciata con quella di Sigemund (Sigmundr), l'uccisore del drago.
Dopo la vittoria di Beowulf su Grendel, si tiene un grande banchetto celebrativo durante il quale lo scop loda il guerriero geata, e al contempo lo ammonisce, attraverso i paradigmi di due eroi del passato, Sigemund, esempio positivo, e Heremōd, esempio negativo (vv. 874b-915). Il primo è ricordato per aver ucciso un drago (impresa generalmente attribuita a suo figlio Sigfrido), mentre del secondo apprendiamo che fu inizialmente un grande uomo a sua volta, ma che in seguito si spensero in lui "eafoð ond ellen" (v. 902a), "forza e valore", poiché fu tradito mentre si trovava "mid eotenum", "con i giganti" (v. 902b), e che venne paralizzato dai "getti dell'angoscia" al punto di diventare "un travaglio mortale" per tutto il suo popolo. Generalmente questo viene interpretato con un temperamento malinconico. Quando Beowulf torna dalla laguna, dove ha ucciso la madre di Grendel, è Hrōðgār stesso a menzionare nuovamente Heremōd (vv. 1709b-1724a). Egli fu chiaramente un sovrano degli Scyldingas, i Danesi, che però riuscì a causare loro solo rovina e morte, uccidendo "i suoi compagni di mensa" e condannandosi così all'esilio (descritto in termini simili a quelli usati per Grendel), durante il quale divenne "feroce di sangue".
A questo punto, Rydberg, tracciando la vicenda biografica di Heremōd sulla base delle informazioni fornite dal Beowulf (Rydberg 1886, p.825-826), sostiene che, dopo questa crisi, Heremōd sia stato trasformato in un wyrm o draca, senza però menzionare un passaggio effettivo nel Beowulf, e suggerendo l'identificazione del drago ucciso da Sigemund proprio con Heremōd (i versi su questa impresa sono 884b- 897b). Che a questo punto dovrebbe significare identificare Heremōd-Svipdagr con lo stesso Fáfnir, se non fosse che la menzione di una cosa del genere manca totalmente, e che forse Rydberg stava ritenendo lo stesso Sigemund qualcosa di diverso dalla saga dei Volsunghi.
Per completezza, ricordo che le parole wyrm e draca sono i due termini che designano i draghi nella lingua inglese antica, e in generale nella letteratura germanica antica, considerandoli insieme alle loro forme norrene ormr, che individua il serpente e il verme ed è termine più antico, e dreki, un derivato del draco latino, diffuso nel nord dalla letteratura romanza, più tardo e generalmente usato per i draghi volanti della letteratura medievale più tarda. 

Attraverso altri epiteti ed etimologie, Rydberg ricostruisce quindi l'altro elemento confluito nell'illustrazione di Bauer: quello di Freyja, che dopo aver perso Svipdagr lo cerca attraverso numerosi regni, lo trova, come provato da un suo epiteto, Mardöll, traducibile come "colei che fa luccicare il mare" (marr, "mare", döll, "scintillio"), e nonostante il suo aspetto mostruoso rimane fedelmente insieme a lui -lei che è la dea della bellezza e dell'amore- e fa del suo meglio per consolarlo della sorte che si è abbattuta su di lui, almeno fino al giorno in cui arriva Hadingus.


Come ho messo in chiaro fin dall'inizio, questa non è la vera storia di Svipdagr. È la possibilità che la storia di Svipdagr fosse qualcosa di più di quello che siamo sicuri che fosse, la storia di un giovane e una giovane che avevano bisogno di incontrarsi e che riescono a farlo, promettendosi di non separarsi mai più. Sono belle le operazioni come quelle di Rydberg, ma la filologia esiste proprio perché non tutto quello che si può dire su un testo è automaticamente vero, come ogni scienza dimostra che non tutto quello che ci viene in mente, su qualsiasi fenomeno della nostra esperienza, è necessariamente corretto.
Una volta imparato questo, naturalmente, resta la possibilità della fantasia. Qui è possibile che accadano molte cose che nella realtà non è possibile che accadano. Neanche qui, però, può accadere tutto: accade soltanto quello che ha un significato, che ha un motivo per poter accadere. È il luogo dove Svipdagr, dopo aver ottenuto il riconoscimento degli dèi, può cadere per aver commesso una grave colpa; è il luogo dove è possibile cambiare forma e diventare un mostro perché gli altri vedano la nostra oscurità e la nostra parte di colpa e di errore, ma dove a nostra volta possiamo vedere chi è disposto ad amarci lo stesso; e forse è anche il luogo dove possiamo trovare la redenzione che ci sarebbe impossibile altrimenti.
Ci vediamo al centesimo post.

Bibliografia

Bifrost.it: SVIPDAGSMÁL - Il discorso di Svipdagr  || Bifröst | Biblioteca || - https://bifrost.it/GERMANI/Fonti/Eddapoetica-38.Svipdagsmal.html

Isnardi 1991 - Gianna Chiesa Isnardi, I miti nordici, Longanesi, Milano, 1991.
Koch-Cipolla 1993 - Ludovica Koch, Adele Cipolla, a cura di, Sassone Grammatico. Gesta dei re e degli eroi danesi, Einaudi, Torino, 1993.
Mackenzie 1912 - Donald A. Mackenzie, Teutonic Myth and Legend - An Introduction to the Eddas & Sagas, Beowulf, The Nibelungenlied, etc., 1912.
Rydberg 1886 - Viktor Rydberg, Teutonic Mythology. Gods and Goddesses of the Northland (Undersökningar i germanisk mythologi, första delen), traduzione dallo svedese di Rasmus B. Anderson, 1886.
Sturtevant 1958 - Albert Morey Sturtevant, THE OLD NORSE PROPER NAME "SVIPDAGR". "Scandinavian Studies", vol. 30, n.1, University of Illinois Press, 1958, pp. 30-34.

giovedì 9 luglio 2020

Il rinvigorimento delle fiamme


La sala del re era vuota e ricoperta di cenere da secoli e secoli. Qualunque cosa là fosse vissuta, e fosse stata grande, e fosse stata nobile, e fosse stata preziosa, e avesse significato un valore e una promessa per qualcuno, non esisteva ormai più.
Nessuno vi entrava, da quando tutto era finito. Nessun predone, neanche il più disperato, aveva messo piede in quelle rovine, semplicemente perché, per il mondo, esse non esistevano. E benché ancora coppe rimaste intatte, arazzi risparmiati dalla muffa, qualche scheggia di metallo arrugginito, persino alcune monete d'oro, fossero tutti sparsi per il castello, nessuno lo sapeva né ci pensava, e tutte queste cose restavano là, ignote perché non desiderate, perdute perché mai più cercate. Per questo, era come se non esistessero.

Benvenuti. Questo è un racconto dell'Anima del Mostro.
Una premessa importante: la storia è stata concepita, e scritta totalmente, durante l'ascolto del brano "The Rising of the Flames", contenuto nell'album "Stormcrowfleet" della band Skepticism; potete ascoltarlo su qualunque piattaforma musicale preferiate. Non c'è, qui dentro, una sola parola che abbia scritto senza ascoltare quel brano. Non costringerò nessuno a leggere il racconto ascoltando il brano con la modalità di riproduzione infinita, anche perché non posso farlo, ma sarebbe falso affermare che esista un modo più corretto di leggerlo.

Ora, sotto la sala c'era una cripta, dove a lungo avevano ricevuto onorata sepoltura i re che si erano avvicendati sul trono di quel regno, il regno che fu; o, perlomeno, fino a quando era esistito l'onore in quei luoghi. Allora, nei giorni dei re, tanti secoli prima, a occuparsi del luogo, custodirlo, e dedicarsi alle sepolture dei sovrani che morivano, era stato un servitore molto leale e molto ammirato, che nonostante l'avvicendarsi di molte generazioni era sempre rimasto lì, vecchio ma mai decrepito, acciaccato ma sempre saldo. Gli uomini usavano dire che sarebbe rimasto in piedi anche dopo che il tempo avesse consunto non solo le sepolture, ma anche le mura del castello; quella diceria circolava così tanto che lui stesso la sentì un paio di volte, trovandola molto divertente.
Erano passati tutti quei secoli e non c'erano più stati re. E nel momento in cui tutti si erano dimenticati di loro, nessuno aveva più pensato neanche al servitore.
Eppure, egli era rimasto. La polvere si era posata sul suo capo e sulle sue spalle, giorno dopo giorno, e la rovina aveva svolto i suoi uffizi nel palazzo come se questo fosse suo -e d'altra parte, chi altri ne avrebbe potuto rivendicare il possesso?- ma questo non significava che il servitore fosse morto.
Rimase lì al suo posto, come aveva sempre fatto, seduto sullo scranno che aveva sempre occupato per osservare quell'antica sala, probabilmente a un certo punto si addormentò, e non si svegliò né il giorno seguente né quello che venne dopo, e neppure ciò venne notato mai da alcuno, dei pochi che forse ancora trafficavano nelle sale superiori, in fuga dal decadimento e dal passaggio inesorabile del tempo; ma, nonostante tutto, la vita in lui non si spense.

Nessuno sa quanto tempo fosse passato dalla fine del regno che fu, ma un giorno, un giorno senza un nome, nel focolare della sala, che era rimasto spento fino ad allora, si accese miracolosamente una scintilla, da sola, per propria incomprensibile virtù. E dopo molte ore, come se quella scintilla avesse trasmesso un messaggio all'aria ristagnante, che a sua volta fosse discesa nella cripta per annunciarlo alla polvere, anche il vecchio, così come si era addormentato, si svegliò.
Il suo primo pensiero fu rivolto, com'era sempre stato, ai morti. Aveva il compito di vigilare sulle tombe dei re, e non era mai venuto meno a tanto uffizio. Si accorse che un torpore secolare legava le sue membra, che il solo tentare di muoverle minacciava di farlo ripiombare nel sonno; ma un essere che abbia dormito per così tanto tempo non riprenderà a farlo con facilità, e la devozione rivolta al suo compito era come un fuoco. Piegò le dita, infrangendo spessi strati di crosta e sporcizia, poi fletté i gomiti, fece forza sui piedi e sulle gambe, mentre polvere e vecchiume si scioglievano in fiumi intorno al suo corpo, e si sollevò in piedi. Si guardò intorno: la cripta mostrava con risentimento i segni dell'abbandono, e quel risentimento per il vecchio servitore era severo come l'ira di un re, un'ira che però non riusciva bene a comprendere, poiché non ricordava di aver mai mancato ai suoi doveri. Pure, sotto quel grigio sudario, ogni cosa lì era come era sempre stata.
Dopo avere, con molti sforzi, smosso la polvere, disfatto le ragnatele, ridato infine lustro alla sala dei morti, il servitore si avviò verso i piani superiori, e fu così che scoprì che la vera disgrazia era quella abbattutasi sulla sala dei vivi.
Seduto di fronte allo scheletro del trono, che in parte era crollato su sé stesso, il vecchio non riusciva a capacitarsi di come il regno che era stato il più grande e il più bello su questa terra non fosse semplicemente più. Nella desolazione sussurrò:
«Dov'è il cavallo? Dov'è il cavaliere? Dov'è il donatore d'anelli? Le panche spaziose ove si teneva banchetto, e tutte le gioie che accendevano la sala. La coppa scintillante. L'armatura argentata del combattente. Ed ogni altra cosa nella quale brillava la gloria del signore. Adesso è come se tutte fossero state inghiottite da un nulla tenebroso, al cui cospetto nessuna sembra essere mai stata.»
Per sette notti e sette giorni rimase fermo lì, a compiangere lo sfacelo della grande sala e di tutto ciò che era stata, ricordando i nomi, ricordando i volti, e ricordando le fiamme. Finché non s'accorse che l'antico focolare, dove intanto aveva iniziato ad ardere un piccolo fuoco, era acceso fin da quando si era svegliato, e nonostante non fosse stato alimentato non si era spento, neanche un momento di tutti quei giorni di compianto. Per quanto debole, viveva, ancora e per sempre, legato per tutta l'eternità a quella storia, che lo aveva generato e che era votato a ricordare. Come lo era l'uomo che lo stava osservando.
Egli si risollevò in piedi con una nuova sveltezza, avanzò verso il fuoco e scrutò nel suo cuore. Scrutò così lungo e così acutamente che la sua luce gli si impresse nella vista, come un marchio sulla carne viva, e da quel giorno in poi essa si sarebbe riflessa sulla sua pupilla ovunque fosse andato.
Ora, uno dei braccioli del trono, separato dal resto, giaceva poco lontano dal focolare e catturò la sua attenzione. Il guardiano lo prese con delicatezza, lo rigirò tra le mani esaminandolo con cura, dunque ne avvicinò un'estremità al fuoco. Le fiamme risalirono lungo la sua superficie, la annerirono dopo poco tempo, e poi si fermarono intorno all'estremità del lato che avevano toccato: crepitanti e dorate, non consumarono la sostanza del legno, ma, paghe di un piccolo tributo della sua superficie esterna, rimasero accese sulla sua punta, impresse come acqua battesimale.
Il vecchio annuì, ruotando il volto verso i resti del trono: e se la parte di quel volto che rimase in ombra il fuoco non poté vederla, quella illuminata dal suo bagliore, inaspettatamente dopo tanto tempo, stava sorridendo.
Uscì dalla sala, avvolgendosi nei resti di uno dei vessilli strappati come in un mantello, cinta alla vita la spada, poco più che ornamentale, con cui aveva condiviso il sonno; si voltò solo una volta prima di varcare la soglia, poi un'altra, poco prima che la distanza gli impedisse di vedere l'edificio, e poi voltò strada e non riuscì a vedere più.

Era un mondo di cenere, quello in cui scoprì di trovarsi l'antico guardiano della cripta del regno che fu. La terra era grigia e arida, che salisse in altopiani o digradasse in valli, ciò che restava dei boschi somigliava piuttosto a file di frecce incassate nel terreno, una più mortificata dell'altra dopo aver tutte mancato il bersaglio, con corti rami ma nessuna foglia. Anche il cielo pareva color cenere. Quando il vento soffiava, la sua voce somigliava a un sospiro.
Così, il fuoco che il vecchio portava con sé pareva offrire un'alternativa in più ad ogni cosa. In una terra fatta solo di gradazioni di grigio, la luce della fiamma donava un nuovo volto alle cose, altre sfumature, altre possibilità. E così, la via percorsa da colui che la conduceva divenne, in quel momento della storia del mondo, luogo di fenomeni rari che non accadevano più da molto tempo, e anche di alcuni che non erano accaduti mai.
Dopo quattro giorni di viaggio ininterrotto, poiché non avvertiva il bisogno di dormire né di mangiare, il vecchio non aveva ancora trovato nulla che non fosse cenere e grigiore, e continuava a non sapere dove dirigersi, né cosa fare con la fiamma.
Il quinto giorno trovò finalmente qualcosa di nuovo, una differenza rispetto al paesaggio tutto uguale in cui aveva errato: una capanna di legno in mezzo a un campo.
Al vederla il vecchio si illuminò, e vi si diresse con passo svelto. La costruzione era piccola e di aspetto piuttosto grezzo, e nulla lasciava presumere che fosse abitata; d'altra parte, era l'unica costruzione che l'uomo avesse visto da quando aveva abbandonato il castello.
Non bussò, nella stranezza di quel viaggio e di quella vita, e gli bastò uno sforzo sottile per aprire la porta. All'interno, vi era per lo più polvere, sollevata in forme irregolari, sotto le quali si ravvisavano un tavolo e delle sedie. Da un lato ce n'era un mucchio così denso da non riuscire a capire di cosa si trattasse, dal lato opposto un camino spento.
Chiunque fosse vissuto lì ora era polvere come ogni altra cosa. Come anche il regno che fu. Eppure, a questo era stato concesso il privilegio di un fuoco sempre acceso. Il vecchio era un guardiano, e in un certo senso il sacerdote delle spoglie del passato. Per lui era naturale accendere delle candele per ricordare i morti.
Per questo, con naturalezza, il vecchio afferrò una delle sedie, snudandola dalle ragnatele e dalla sporcizia, dunque la fece a pezzi e la gettò nel camino. Con il bastone che portava con sé, accese il fuoco, e anche in quella capanna ci fu calore, per la prima volta da tanto tempo. L'errante guardò il fuoco del camino come se fosse un miracolo, e sorrise una seconda volta. Poi si avvicinò all'altro lato dell'ambiente, e iniziò a districare il misterioso groviglio. Rivelò uno strumento musicale, un liuto. Lo raccolse e lo portò via con sé, alla ricerca di altri camini da accendere.

Una sera, in cui finalmente aveva deciso di fermarsi per riflettere meglio, e vegliava un fuoco, acceso con delle sterpaglie grazie alla fiamma della torcia, che, fino al quel momento, era stata la cosa più simile a un'alterità che avesse visto, udì, per la prima volta da quando si era destato, il suono di passi che non fossero i suoi. Parevano dirigersi proprio verso di lui.
In altri tempi si sarebbe celato per studiare chiunque fosse, prima di decidersi, eventualmente, a palesarglisi, e specialmente nel caso dovesse svolgere una missione estremamente importante, come immaginava di stare facendo in quel momento; ma dopo quella continua visione di un mondo grigio e disabitato, era desideroso di vedere qualcuno, e bendisposto verso chiunque fosse stato.
Quello che vide fu molto diverso da qualunque cosa si fosse aspettato o avesse visto mai, in pur tanti e tanti anni di esperienza. Emergendo dal fondo dell'altura su cui si trovava, venne avanti un mostro di una razza che gli era completamente estranea. Non appena ne ebbe scorto il capo massiccio, dal quale due occhi gialli lo fissavano seminascosti nelle dense ombre delle sue orbite, il vecchio provò un senso di meraviglia, così differente dallo smarrimento e dall'abissale tristezza che aveva provato da quando si era risvegliato, da non accorgersene neanche.
Il nuovo venuto si ergeva su due zampe simili a quelle di un colossale uccello, e un folto piumaggio, grigio come ogni altra cosa rimasta in quel mondo, avvolgeva le sue grosse membra. Altre due zampe, simili a piccole ali, pendevano dal suo ventre, e avevano artigli, tre ciascuna. Alle sue spalle si muoveva una lunga coda.
Il vecchio sostenne lo sguardo del mostro per lunghi istanti.
Poi la grande testa di questi si dischiuse in due lunghe mascelle con denti falcati, una visione terrificante. Il mostro non la spalancò, ma la aprì leggermente, il poco che gli occorreva perché da quelle fauci uscisse, rapido e inatteso, un: «Buonasera».
«Buonasera» replicò il vecchio, inarcando un sopracciglio. Non era neanche così sicuro che fosse sera.
«Spero di non averti spaventato» proseguì il mostro «anche con ogni buona intenzione, interrompere una lunga solitudine è facilmente equivoco».
«No, non mi avete spaventato» rispose il vecchio «ma stupito, quello certamente sì. E ho paura che stiate continuando a farlo. Non che ve ne biasimi» soggiunse alzando una mano «trovo, ecco, che questo sia un curioso incontro».
«Si può dir di sì» osservò il mostro «ma nulla che una pacifica conversazione non possa risolvere, se non ti dispiace».
Il vecchio rise. Quanto era disperato il mondo se, dopo aver cercato e desiderato una qualunque forma di contatto, questa proveniva da una creatura inverosimile come quella? Pure, il suo invito a conversare, la sua cordialità, e soprattutto la curiosità del tutto e il bisogno di capire qualcosa del mondo in cui si trovava, dato che non ne aveva ancora capito nulla, lo rendevano impaziente dinanzi alla prospettiva di quella conversazione.
«Non mi dispiace, certamente. Potete sedervi?»
«Nel senso che vuoi sapere se ne sono in grado?»
«Diciamo pure di sì»
«Ma sì che lo sono»
«Sedetevi allora, vi prego»
La creatura si fece più vicina. Era più alta del vecchio di tutta la testa, e poiché avanzava tenendo il corpo orizzontalmente rispetto al terreno, la sua, di testa, si trovava al livello delle sue stesse spalle, con le zampe artigliate davanti agli occhi dell'uomo e la testa massiccia immediatamente sopra il suo campo visivo. Il vecchio vide anche che la sua testa, come le sua dita e le zampe, era sprovvista di piume, e ricoperta di quella che pareva la pelle squamosa di un serpente, di colore più chiaro.
La grande bestia adagiò la parte posteriore del suo corpo sul terreno, piegando le lunghe zampe, proprio di fronte a dove stava il vecchio, scrutandolo attraverso il fuoco. Rimasero in silenzio per alcuni minuti, studiandosi. Poi fu nuovamente il mostro a interrompere il silenzio.
«Ebbene, credo che la prima cosa da fare sia presentarsi. Sperando che i nostri modi di farlo non siano troppo dissimili.»
«Sono d'accordo. Ma in che cosa questi modi dovrebbero essere dissimili?»
La bestia inclinò il capo «Oh, in infinite cose. Ad esempio, nel mio modo di presentarsi non esiste il concetto di nome.»
Il vecchio lo squadrò stupito «Ah no? Dunque che cosa significa presentarsi, se viene meno l'oggetto stesso della presentazione?»
L'altro fece qualcosa di strano con gli occhi, facendovi passare davanti una specie di palpebra trasparente, pur senza chiudere quelle che stavano sopra e sotto. Aveva una fisionomia diversa e la estrinsecava in modi diversi. «A me sembra che presentarsi significhi comunicare chi si è, e per fare questo non serve un nome. Anzi, un nome è alquanto inutile allo scopo. Tu che possiedi un nome, sai dirmi in quale parte del tuo nome è contenuto il numero di inverni che hai veduto, o di prede che hai mangiato, o quali stelle hai guardato?»
«No di certo» rispose il vecchio, stimolato «ma tutte queste sono cose che si possono raccontare anche dopo la presentazione. In questa occorre che ci si dia dei nomi, perché con quei nomi ci si possa chiamare di lì in poi. Come potrò rivolgermi a voi, se non saprò il vostro nome?».
L'altro rifece quel movimento con gli occhi «Non è poi una così grave mancanza, visto che riusciamo a rivolgerci l'uno all'altro anche senza il nome».
Il vecchio ridacchiò «Ve ne do atto. D'altronde, sembra che non ci siano altri a cui rivolgersi. Vi propongo una soluzione che accontenterà entrambi: voi mi indicherete una parola che possa usare per rivolgermi a voi, se non altro per chiamarvi qualora foste lontano, e io mi presenterò secondo il vostro modo di farlo».
La creatura scosse la coda da una parte all'altra «Mi sta bene! Dato che me lo chiedi, chiamami Yutyrannus. È una parola che ho in simpatia.»
«Vi ringrazio per essermi venuto incontro.»
«Ora, per l'altra parte dell'accordo, sappi che io sono Lunga Attesa, Dubbio nell'Inconsapevolezza, Fame Dimenticata e Viandante di stelle. Tanto tempo fa ho vissuto cinquanta inverni, ho mangiato diciottomilatrecentoquattro prede, mi sono accoppiato tre volte, e ho visto tutte le stelle sia del Grande Albero, o cielo, e anche degli altri alberi, che sono gli altri mondi...ma ora, non sono lo stesso che ero allora.»
«Chi siete, se non siete più chi eravate?»
«Probabilmente lo stesso che sei tu. Presentati nello stesso modo.»
«Tenterò. Non sono mai stato abile come poeta, se non nel ricordare i versi degli altri. Penso però di poter dire che anche io ho molto lungamente atteso, che ho dubitato, e che sono rimasto per più tempo di quanto sia in grado di pensarne come in un sonno diverso da tutti gli altri sonni. Da giorni la mia esistenza non è più quella di un uomo, vago senza meta in una terra che è tutta uguale, senza sentire né la stanchezza né la fame, e non ho con me che questo fuoco che non agisce come un fuoco.»
«E prima?»
«Prima ero un guardiano, custodivo la cripta dei re del regno che fu, e prima di addormentarmi, per quel che ricordo, avevo vissuto ottanta inverni. Non saprei contare tutti i pasti che ho fatto, ma quanto a giacere con qualcuno, benché non sia uso mio e di molti come me, parlarne candidamente ad altri che si siano incontrati per la prima volta, dirò rispettosamente di averlo fatto ben più di tre volte. Ma senza avere figli. Le stelle che conosco io sono il Grande Carro e il Piccolo, il Cacciatore, il Toro, le stelle del cielo. Mai prima di oggi avevo sentito parlare di altre stelle.»
Yutyrannus cambiò posizione e agitò nuovamente la coda. «Poiché sei così confuso e comprendi così poco di questa situazione, forse potrò esserti d'aiuto. Permettimi di spiegarti in che mondo ti sei risvegliato.»
Il vecchio sentì finalmente un sollievo e una speranza, si distese su un fianco e lo invitò a parlare.
«Vi prego di farlo»
E così, per la prima volta da molti millenni, da quella notte lontana in cui altri misteriosi amici avevano istruito i suoi più remoti progenitori, un uomo ascoltò una storia raccontata da un altro che uomo non era.

«Probabilmente quello che sto per dirti l'avevi già immaginato in cuor tuo, e in quel caso mi tocca dartene l'onerosa conferma: il mondo è finito.»
Il vecchio chinò il capo, sorpreso dall'ironia di quanto poco si sentisse smosso da quella rivelazione, e al contempo da quanto essa, nonostante tutto, riuscisse a vincere col dolore, se non il suo spirito, la sua umanità.
«Già, è quello che pensavo anche io.» ammise infine. Il suo ospite lo guardò intensamente, esprimendo la compassione e la partecipazione snudando i denti e inclinando la coda.
«Come ti fa sentire questo?»
«Infelice, indubbiamente. Eppure, non riesco a cogliere del tutto il significato di questa fine, che a me non sembra del tutto tale. Se il mondo è finito...io e voi che cosa siamo?»
Yutyrannus si sollevò in piedi e raddrizzò il collo, sollevando le piume.
«Io, signore mio, sono uno spirito.»
Il vecchio lo guardò stupito, sentendosi quasi deriso.
«Ma cosa mi dite? Siete saldo davanti a me, il fuoco proietta la vostra ombra e la sua luce rischiara e oscura il vostro volto.»
Lui snudò nuovamente i denti: «Sono uno spirito nel senso che sono un'idea. Io, da solo, sono qui a incarnare l'interezza di tutti gli individui della mia stessa stirpe che sono mai nati. Possiedo i ricordi di chi sono stato io, nella mia vita, come me stesso; ma ora sono anche tutti gli altri esemplari della mia specie vissuti prima e dopo di me.»
Per quanto fossero straordinarie le cose di cui era diventato testimone, questo stupì il vecchio molto più profondamente delle precedenti; non da ultimo, per il fatto che, a differenza della cenere e del vuoto, l'esistenza di spiriti come quello poteva essere una buona notizia.
«Come è mai possibile questo?»
«Non lo so. Forse il mondo non ci voleva dimenticare.»
"Forse il mondo non ci voleva dimenticare" ripeté il custode nel proprio cuore, chiedendosi cosa significasse, se potesse avere un significato. Se potesse essere vero.
«È possibile...che anche per me valga qualcosa di simile?»
Yutyrannus lo annusò e lo osservò silenziosamente per lunghi, lunghissimi istanti.
«È possibile, sì.»
Perché, se il mondo era disposto a ricordare qualcosa, e a conservarla, conservarla oltre le sue irrevocabili leggi di morte, fino a quell'ora in cui ogni misura e ogni senso sembravano essere stati destituiti da così tanto tempo da essere stati dimenticati, non poteva essere proprio per la sua sala, per la grandezza che il regno che fu aveva posseduto, che ora lui, il più umile, tra quanti erano stati suoi servitori, che fosse stato realmente servitore del regno e non di sé stesso, aveva ancora la possibilità di ricordarla oltre la sua rovina, all'indomani di un'età di sfacelo e consunzione in cui a un piccolo fuoco era ancora consentito brillare?
«Io non sono mai morto, però» disse ancora.
«Nemmeno io. Dev'essere questo, ad accomunarci» replicò Yutyrannus, con una nuova luce negli occhi. Il vecchio si chiese se anche lui stesse affrontando pensieri confusi come i suoi.
Lo sguardo gli cadde sulla torcia.
«Sto portando con me il fuoco.»
«Perché stai portando con te il fuoco?»
«Per riaccendere i bracieri.»
«Perché vuoi riaccendere i bracieri?» chiese il gigante, agitando ancora la coda, curioso.
«Perché è quello che so fare. Anche se il mondo è finito, finché sono vivo, mi tocca accendere i bracieri.»
L'animale allora annuì, poiché aveva compreso non già il significato intrinseco dell'accendere i fuochi, ma quello che aveva per lo spirito dell'uomo che gliene stava parlando.
«Ti spiace se ti accompagno?»
«No di certo. Sarà meglio viaggiare in compagnia.»
Il dinosauro ridacchiò: «Specie se restiamo davvero solo noi due.»


Il giorno dopo, l'uomo e il dinosauro si misero in cammino, alla ricerca di altri fuochi da accendere.
Se Yutyrannus aveva il passo ben più lungo di quello del vecchio, lo manteneva lento per non superarlo troppo. A quanto diceva, anche lui aveva vagato da solo come aveva fatto il vecchio, ma per molto più tempo. Per la strada che aveva già percorso, non aveva trovato nulla, così continuarono nella direzione verso la quale si stava dirigendo il vecchio, che, se non altro, aveva già trovato delle casette e una chiesa.
Dopo aver camminato a lungo, giunsero davanti a un sorprendente mutamento del paesaggio: una digressione dell'infinita distesa cinerea, che fino a quel momento era sembrata sempre irreparabilmente uguale, che proseguiva in un passaggio più in basso, una distesa lunga ancora diverse miglia in mezzo alle pareti di roccia che sostenevano l'altopiano.
«Avevi già visto altre variazioni del paesaggio, come questa?» chiese il vecchio a Yutyrannus. Ora che erano compagni di viaggio, e dato che ne aveva chiesto il permesso e gli era stato accordato, poteva dargli del tu. In cuor suo, mantenere le regole della cortesia, perlomeno quella che aveva conosciuto ai suoi tempi, anche dopo la fine del mondo, gli sembrava avere più potere di quanto riuscisse a spiegarne.
«Ne avevo viste altre, sì, ma non come questa. Più a nord ci sono dei pendii che non portano a niente, scale di terra e cenere che si sollevano per qualche passo e poi si interrompono. O piccole depressioni. Ma questa sembra l'entrata di qualcosa di più grande.»
«Come fai a essere sicuro del nord? Non si vedono né il sole né le stelle.»
Yutyrannus sollevò gli angolo della bocca e agitò una volta la coda «Quelli come me sanno dov'è il nord come tu sai dov'è il sopra e dov'è il sotto. Ce l'abbiamo dentro.»
Presero via per la valle deserta, scendendo fino a una profondità tale che la terra intorno a loro superò l'altezza dell'antico spirito animale. E fu poco dopo questo punto che udirono dei suoni. Un soffio più rumoroso e ancora più triste di quello del vento, e rumori cadenzati, passi, più lenti e più pesanti di quelli di Yutyrannus, ma anche più ovattati dal terreno, come se non fosse un unico corpo, ma una grande quantità di corpi granulosi, a compierli.
Poi, da oltre il bordo della parete di terra che copriva il loro sguardo, a destra, si allungò la sagoma di qualcosa che si muoveva, che fu al centro del loro campo visivo entro pochi istanti, e che si rivelò qualcosa che nessuno dei due aveva mai visto. Una cosa dello stesso colore di tutto il resto, molto più grande di Yutyrannus, ricoperta di cenere, e forse di cenere costituita, che poggiava su due zampe articolate in spalle robuste, gomiti spessi e tre lunghi artigli, e trascinava dietro di sé una coda di cui non si vedeva il termine. Dalla parte opposta, frontalmente, sembrava ugualmente trascinare qualcosa, una lunga testa spigolosa su un collo poderoso, che si dischiuse come un fiore in tre petali coperti di denti, mascelle robuste, e poi iniziò ad avanzare a lunghi balzi verso di loro.
«Cosa accidenti è quella cosa?» gridò il custode.
«Il mondo ora è solo cenere, ma anche così, il vecchio istinto dell'autoconservazione della materia mediante l'assunzione di altra materia non è morto del tutto».
I due corsero in direzioni separate, il loro tempismo fu efficace, l'essere continuò la sua carica fino a superarli e ad arrestarsi appoggiandosi al pendio.
«Vuoi dire che questo è un predatore?»
«Sì, anche se non posso dire che sia vivo. Ma qualcosa l'ha convinto che se mangia tutto ciò che non è cenere, continuerà a non vivere per qualche altro tempo, e la prospettiva gli piace più di quella di smetterla»
L'essere ripartì alla carica, puntando l'uomo.
«Che possiamo fare?» gridò, chinandosi e sperando di poter scartare in tempo.
Yutyrannus fu più veloce. Si avventò in corsa, scattante, in direzione incidentale alla carica della creatura di cenere, e forte della sua velocità e della stazza minore, gli passò di sotto e gli azzannò la gola. La creatura inarcò il collo e spalancò le tre fauci, non perché provasse dolore, ma perché la cenere serbava in sé il ricordo, del dolore.
Il vecchio estrasse la spada, mentre nell'altra mano reggeva la torcia. Caricò contro il fianco della cosa, affondandovi la spada fino all'elsa. Fu come immergerla nella sabbia, l'essere era un ammasso di cenere e non si capiva che cosa lo tenesse insieme, ma il colpo, oltre a lasciare un solco, non fece nulla. Yutyrannus mollò la presa e balzò indietro, prima che una delle zampe lo schiantasse.
«Come lo buttiamo giù?» domandò ancora il vecchio.
«Non ne ho idea!» rispose Yutyrannus. Caricò una seconda volta, ma l'avversario si mosse più velocemente e riuscì a urtarlo con la zampa, spingendolo di lato. Il custode, allora, confidando in ciò che sapeva fare e sempre aveva fatto, ritrasse la spada, tese in avanti il bastone infuocato e colpì il fianco del predatore cinereo. Sotto i suoi occhi, la parte del corpo toccata da quel fuoco iniziò a cambiare colore, scurendosi fino a diventare grigia, poi verdastra e infine nera. La creatura accusò il colpo, si girò verso l'uomo e ruggì il proprio turbamento contro di lui, cercando di azzannarlo. Ma non ci riuscì, perché grazie a quell'attimo di distrazione Yutyrannus era tornato all'attacco, aveva morso la coda della cosa e la tirava indietro.
Il custode sfregò la lama della spada contro la torcia, varie volte, finché il fuoco misterioso non ne ebbe avvolto quasi interamente i bordi, e con essa iniziò a levare fendenti contro il muso della cosa, screziandola di strisce verdi e nere e facendola retrocedere.
Quando l'essere si sollevò, nel tentativo di sferrare un nuovo attacco, il vecchio servitore scorse, vista inattesa, che al centro del suo torace si trovava un buco. Non una ferita, e sembrava inesatto chiamarla anche deformazione: era una cavità perfettamente circolare, e apparentemente anche profonda, per quanto non al punto di aprirsi anche dall'altra parte, lungo il dorso del predatore. L'attacco lo mancò, e il mostro tornò col ventre a terra.
«Ha uno strano buco sotto il petto» gridò l'uomo all'animale «e questo mi fa venire un'idea. Devi sollevarlo abbastanza perché io possa raggiungerlo».
Yutyrannus mollò la coda dell'essere «Solo compiti gravosi, in questa fine del mondo».
Gettandosi contro il suo fianco con tutto il suo peso, dopo essersi accovacciato per evitare una zampata, il coraggioso animale lo rallentò e colse di sorpresa; ponendosi nuovamente sotto il suo collo, lo azzannò nuovamente, ma anziché spostarsi per evitarne i colpi, piantò bene le piante artigliate nel terreno, e rimase dov'era, spingendo per sollevare l'avversario da terra come un Eracle piumato che sollevasse il polveroso Anteo. L'uomo sgattaiolò dietro di lui.
L'essere, contorcendo il collo e aprendo a scatti le mascelle, pestò con foga sul dorso del rettile piumato, agitando la coda con violenza tale da agitare tutto il terreno: e Yutyrannus tremò, talvolta piegò un ginocchio, ma non si smosse. Continuò a mordere e a spingere, per tirare su il corpo dell'avversario. Mentre questo poggiava i suoi arti sulla schiena del nemico, e spingeva per allontanarlo e liberarsi, il vecchio corse avanti, si gettò in ginocchio e spinse la torcia verso il buco, che ora riusciva a intravedere di nuovo.
Il fuoco attecchì velocemente, come se quell'incavo fosse pieno di combustibile, e ben presto crepitò vivamente, scoppiettante, mentre i movimenti dell'essere rallentavano.
Il predatore cinereo sollevò un'ultima volta il capo vero l'alto, distese le mascelle più largamente di quanto fosse sembrato possibile, ed emise un sospiro simile a quello del vento, forse più stridulo, ma poco più rumoroso di un sussurro, come se non volesse che la sua agonia disturbasse il sonno di un ascoltatore assente.
Si accasciò di fianco, e il suo corpo ristette. Lentamente, dal vuoto del suo torace, si produsse un moto in volute circolari di anelli di fiamma, e mentre queste percorrevano il suo corpo, esso si colorava, facendosi nero e verde scuro, e poi anche di altri colori.
Il predatore cinereo conteneva resti di esseri viventi e non viventi, nessuno dei quali, purtroppo, viveva ancora. Un grande rettile ricoperto di spesse squame di corno, dal muso lungo, era il più di lui, e giaceva nella cenere circondato da legname, steli, sassi, ossa di creature diversissime tra loro, persino degli uccelli e dei pesci con ancora qualche brandello di carne addosso. E una statuetta di terracotta dalla forma di un genio accovacciato.
«Sono i resti del mondo» dichiarò Yutyrannus, con voce grave.
«Allora qualcosa sopravvive ancora?» Il vecchio prese la statuetta, e la mise insieme al liuto.
«Non proprio. Non ti ho ancora detto come è finito il mondo, perché penso per il tuo meglio che ti convenga prima capire le cose che ti ho già detto, prima di raccontartelo...»
«Mi fido del tuo parere. Non ho mai avuto l'ambizione di sapere tutto.»
«Ad ogni modo, quando il fatto è successo, loro hanno avuto meno fortuna di altri. I loro corpi sono rimasti vuoti, privati di ciò che li animava.»
«La fiamma, non è vero?»
«Sì. La fiamma. Solo che, mentre ogni cosa fisica, materiale, si annichiliva da sola, le sostanze spirituali no. Quelle hanno bisogno dei loro tempi, prima di andarsene. Così, nel caos che ne è conseguito, gli spiriti della vita, con il loro bisogno disperato di sopravvivere, si sono aggregati tra loro per acquisire abbastanza potere da operare cambiamenti anche in questo piano, e si sono legati a tutto ciò che trovavano. Le vaste e desolate piane come questa sono il loro terreno di caccia. Dobbiamo stare attenti.»

Proseguirono la discesa, e dopo alcuni altri giorni di cammino, quelle pareti iniziarono a divenire più alte, il sentiero a scendere ancora e a farsi più stretto, una via serpeggiante in mezzo alle montagne di cenere, che a sua volta, dopo una mezza giornata di marcia, rivelò un ampio spiazzo aperto, circondato dai monti dalla parte da cui erano giunti i due viaggiatori, da alcuni alberi spogli ai due lati, e che procedeva ancora in discesa proseguendo ancora avanti. Ma a catturare la loro attenzione fu soprattutto un grande arco di pietra, posto al centro dell'area, ricoperto, come tutto il resto, da ampi strati di cenere, ma ancora in piedi.
I due viaggiatori si avvicinarono, circospetti e incuriositi.
«Io non avevo mai visto una costruzione come questa» affermò Yutyrannus.
«Io invece sì» disse il custode «è un arco, e di solito si costruisce per segnare qualcosa. Non so, ma il fatto che questo sia ancora in piedi, dovrà voler dire qualcosa».
Yutyrannus soffiò via con gli sbuffi delle sue froge la cenere che lo ricopriva.
«Quest'area è ben protetta dalle montagne, difficile da raggiungere, e questo arco è la cosa più riconoscibile in cui ci siamo imbattuti. Se volessi fermarti da qualche parte, questo potrebbe essere il posto giusto» disse poi.
«Hai ragione, ma non intendo fermarmi ancora per molto tempo. Devo prima accendere i fuochi.»
«Perché non accendi il fuoco qui, allora?»
Il vecchio non se n'era accorto subito, ma in alto, legati alle pietre dell'arco da alcune corde, vi erano effettivamente dei bracieri. Il custode però non avrebbe potuto raggiungerli.
«Sali sulla mia schiena, e sarai abbastanza in alto da raggiungere quei bracieri».
Il custode del fuoco tese la torcia verso il suo compagno, e questi si chinò sulle zampe, lasciò che il vecchio poggiasse un piede sul suo ginocchio, aiutandolo con le sue corte ma forti zampe anteriori, che si arrampicasse sul suo dorso aggrappandosi al suo folto piumaggio, che si rimettesse in piedi sulla sua groppa, infine che sollevasse la torcia verso i due bracieri, dove il fuoco attecchì rapidamente e rimase, ardente e luminoso, senza crescere né diminuire.
Yutyrannus aiutò nuovamente il suo compagno a scendere, e rimasero a osservare il fuoco.
Quell'arco era lì per segnare un luogo sacro, un punto di congiunzione tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti; ma, da quando il mondo era finito, le cose non andavano più come usavano un tempo.
Al centro dell'arco apparve un'ombra, una nebbia oscura che levitò come sangue immerso nell'acqua, e che poi iniziò a vorticare intorno a sé stessa, ampliando le proprie dimensioni fino a tendersi in una vasta oscurità che ricoprì l'arco, rendendolo simile a una porta.
I due compagni osservavano stupiti e tesi.
«Hai mai visto una cosa del genere?» domandò il vecchio a Yutyrannus.
«No» rispose «speravo che potessi spiegarmela tu».
Poi, dall'oscurità, emerse molto lentamente una forma solida e semovente, che si trovava dall'altra parte di quella porta di tenebra, e che ora la stava attraversando.
Una mano umana, orribilmente avvizzita, dello stesso colore nero bluastro del portale, varcò la soglia e artigliò la terra cinerea, trascinando dietro di sé un braccio ossuto, una spalla rigida, un corpo strisciante.
Un rantolo si sollevò da quella creatura avvizzita: «Aiutatemi».
I due compagni si mossero all'unisono. Il vecchio, impugnando quel suo vigore residuo che non poteva scemare più, si inginocchiò e sollevò la creatura ponendone un braccio intorno alla sua spalla.
Yutyrannus, forte delle sue dimensioni, sollevò direttamente la figura addentando gli stracci che pendevano dalla sua nuca, e dopo che il vecchio ebbe preparato un giaciglio con la sterpaglia, di fronte all'arco che ora era tornato come prima, e un bastone di legno con cui reggerla, vi depose la figura.
«Purtroppo non abbiamo acqua» disse il vecchio, mentre vedeva tremare la creatura e si toglieva di dosso il suo mantello per avvolgervela. «Io e lui non ne abbiamo più bisogno».
«Ho bisogno del fuoco» rispose, con un sospiro, il nuovo arrivato. Per quanto roca e sibilante, la voce sembrava femminile.
Raccolsero in fretta del legname per accenderne uno lì nello spiazzo. Yutyrannus accatastò alcuni rami, sottratti agli esili alberi che li circondavano, e l'uomo lì toccò con la sua torcia.
Attesero in silenzio alcuni istanti. La figura, gradualmente, smise di tremare. Poi, sostenendosi con il bastone, si alzò, mosse alcuni passi stentati verso il fuoco, si inginocchiò davanti ad esso, abbassando il capo e mormorando alcune ruvide parole sulle mani giunte, ne avvicinò una al fuoco e, prodigio!, dal fuoco zampillò dell'acqua.
I due vecchi si guardarono.
«È magia?» disse l'umano.
«Quella che tu chiami magia, per il mondo, è come quello che per te è il sogno» replicò l'animale.
La creatura pose le mani a coppa sotto di essa, ne raccolse una manciata e la sorseggiò lentamente.
Ripeté il processo altre due volte.
Quel semplice, incomprensibile atto riuscì a infonderle nuovamente vigore. Tornata a sua posto, parlando con una voce più chiara, sollevò il suo volto scheletrico incorniciato da lunghi capelli tinti di fango e dilatò le orbite oculari vuote come se stesse sorridendo.
«Vi ringrazio per la vostra ospitalità. Non avrei immaginato di ricevere un così lesto aiuto da qualcuno di questo piano, specialmente con il mio attuale aspetto».
«Signora, io e il mio compagno siamo spettri, inspiegabili scherzi del destino» disse il custode ridacchiando «e di certo non ci turberemo davanti ad altri esseri che parlino come noi, specialmente se possiamo aiutarli.»
«Ci fa piacere incontrare qualcun altro» aggiunse Yutyrannus, con gli angoli della bocca sollevati e la coda in movimento «sono il silenzio e la solitudine, ciò che temiamo di più. Dicci, chi sei?»
«Mi chiamo Elinor. Come forse avrete immaginato, vengo dal mondo degli spiriti. Sono una di quelle che, un tempo, gli uomini di questo mondo chiamavano "fate": esseri perennemente tesi tra entrambe le sponde, anfibi della realtà, con la necessità di manifestarci anche da questa parte, per poter sopravvivere.»
Il vecchio provò conforto. Dopo gli incontri che aveva vissuto, scoprire di avere a che fare con una fata era rassicurante. Finora, si trattava della prima creatura che capisse cosa fosse.
«Siete in questo stato per via di ciò che è successo a questo mondo? Per il fatto che è finito?» domandò poi.
Elinor annuì, gocce di oscurità eterica e di fanghiglia che picchiettavano il terreno intorno a lei «Abbiamo bisogno di una comunione con noi da parte degli uomini, per poter passare da questa parte. Da quando gli uomini non esistono più, nessuno offre tributi, intona canti, e soprattutto nessuno accende più i fuochi. I fuochi alimentavano l'essenza del nostro mondo e di tutti noi. Le creature che vivono solo nell'altro mondo possono prosperare anche così, ma quelle che vivono al limitare della soglia, o che l'attraversano, non sono in grado di vivere se uno dei due muore.»
«Quella che hai usato poco fa è la legge nascosta delle cose, non è vero?» chiese l'animale.
La fata lo guardò con attenzione «Tutte le cose sono fatte di fuoco. Nel fuoco è la loro origine, ed è dalle trasformazioni del fuoco che derivano tutti gli altri elementi. Noi possiamo orientare quella trasformazione, se ne abbiamo la necessità, poiché conosciamo il segreto del fuoco ed egli si fida di noi. Forse la conosci come legge nascosta, ma per noi è naturale e chiara come le stelle.
Ma tu, invece chi sei?»
«Io sono Passi Pesanti, Piume agitate dal Vento, Predatore Vivo di Animali Vivi. I miei simili vivevano in questo mondo molti milioni di anni fa. Non praticavamo la tua arte, e non conoscevamo il segreto del fuoco, ma comprendevamo che tutto ciò che vedevamo era solo un aspetto di qualcosa che ne possedeva molteplici. Sapevamo l'aspetto e sapevamo anche la Verità che lo trascendeva e che lo emanava, e ne eravamo partecipi senza desiderare altro. Come la maggior parte di quelli che gli umani chiamano animali.»
«Gli animali mi hanno più volte dato prova di quello che dici. Eppure, noi non conoscevamo l'esistenza di creature come voi, nel mondo degli spiriti» osservò Elinor, con grande stupore.
«Nemmeno la mia gente, almeno al tempo in cui sono vissuto io» si intromise il vecchio «mentre invece avevamo molti racconti sulle fate. Il mio popolo vi amava, e rendeva tributo alla vostra generosità danzando sotto il chiaro della luna. Sono il custode della cripta del regno che fu» aggiunse, dopo che Elinor ebbe iniziato a scrutare anche lui.
«Il regno che fu! Pochi l'hanno nominato dopo la sua fine, molti millenni fa, e nessuno ne ha serbato memoria, qui nel mondo degli umani, dalla tetra epoca del metallo e fino a oggi.»
«Se volete saperlo, la mia gente non conosceva nessuna delle vostre» disse Yutyrannus, sollevando la testa verso il cielo. «Ma io, che ho vissuto nella nebbia per tutti gli stravolgimenti del mondo, e ho visto il sorgere e il declino degli umani, ricordo bene di aver visto anche gli sfuggenti passi di fate, elfi, e di tutti gli altri misteriosi abitanti di quello che voi chiamate mondo degli spiriti.»
«Cosa siete venuta a fare?» domandò infine il vecchio.
Elinor lo guardò, riflettendo nel vuoto delle sue orbite qualcosa che brillava anche nelle pupille dell'uomo.
«Voglio rinvigorire le fiamme».

Fine della prima parte.
Sì, mi dispiace, ma il racconto non finisce qui.
Lasciate che mi spieghi: l'idea è sorta anni fa, da ispirazioni così palesi da vergognarmi quasi a esplicitarle, e quando, dopo molto tempo, l'ho ripresa per pubblicarla qui sul blog, poiché fin dall'inizio l'ho concepita come post, al punto di averla scritta interamente su Blogger, è diventata troppo grande per condividerla tutta in una volta. Avevo deciso di abbandonare l'idea di mostrarvela qui, ma alla fine ci ho ripensato. Desideravo pur sempre che questa storia occupasse uno spazio nel corpus dei post dell'Anima del Mostro, soprattutto perché è da temi, atmosfere e ispirazioni vissute nel corso della redazione di questo blog, che il racconto ha preso vita.
Se il racconto vi è piaciuto, sappiate che continuerò a scriverlo, e che, una volta che sarò giunto al termine della storia, essa farà parte di qualcosa di più grande ancora, che, auspicabilmente, non vedrà la luce solo nella forma di articolo. Per il momento, comunque, non resta che credere nel fuoco.
Per la copertina, ringrazio il mio amico Santino, che l'ha elaborata graficamente a partire dalla foto originale.

giovedì 28 maggio 2020

Il Re sotto la Montagna

Il vecchio Barbarossa,
l’Imperatore Federico,
riposa incantato
nel suo castello sotterraneo.
Non è mai morto,
Egli vive ancora;
siede addormentato,
nascosto nel castello.
Ha portato con sé
la Gloria dell’Impero,
e un giorno ritornerà,
quando verrà il tempo.
D’avorio è il trono
dove Egli siede:
Di marmo il tavolo
dove riposa il suo capo.
La sua barba non è di lino,
ma di bagliori di fuoco;
è cresciuta sul tavolo
dove poggia la sua testa.
Egli annuisce come in sogno,
il suo occhio ammicca
E dopo molto tempo
richiama un fanciullo.
Dormendo, parla al giovinetto:
"Va’ al Castello, gnomo,
E guarda se i corvi girano
ancora attorno alla collina.
E se i vecchi corvi
stanno ancora volando,
allora dovrò ancora dormire
incantato, per cento anni."
(Friedrich Rückert, 1817)

Una vasta sala che un tempo è stata grande nello splendore, e ora non lo è più. Arazzi squarciati, bracieri spenti, desolazione, cenere. Silenzio. E in fondo, coperto dall'ombra, il trono di colui che è stato il signore di tutto questo, quando il fuoco era acceso e quando egli era vivo, quando il mondo era bello. La polvere lo ha ricoperto come edera su mura in rovina, i suoi occhi sono chiusi e il capo è rovesciato. Egli però non è morto. E non è neanche vivo. Sta solo aspettando.
Un giorno arriverà il giorno. Qualcosa lo annuncerà, un suono, un messaggero. I corvi smetteranno di volare intorno alla montagna. Allora il re riaprirà gli occhi e si desterà dal suo trono, radunerà intorno a sé la sua corte, e tutti insieme ripristineranno ciò che non è più, ma che, forse, può ancora essere.

Edward Burne-Jones, L'ultimo sonno di Artù in Avalon, 1881-1886, Museo de Arte de Ponce, Ponce, Porto Rico. 
Il motivo D 1960.2 del sistema Stith-Thompson, che classifica le strutture e i temi ricorrenti delle mitologie, delle leggende, del folklore e della letteratura, è il motivo del "Re addormentato nella montagna", indicato col il nome Kyffhäuser, la catena montuosa in cui si cela una sala come quella che abbiamo appena visto, contenente la sua espressione più emblematica. Il motivo presenta molti altri nomi, i più noti dei quali sono "Re nella montagna", "Re sotto la montagna" e "Eroe dormiente"; in inglese le espressioni sono le stesse, King in the mountain, King asleep in the mountain, mentre in tedesco si adopera il termine Bergentrückung, "occultamento della montagna". È uno dei più ricorrenti in tutto il mondo, antico più di quanto si possa immaginare, e le sue ipostasi più conosciute fanno tutte parte delle mitologie medievali, come evidenzia anche il fatto che, in più di un caso, vengono a coincidere con alcune delle storie sulla Caccia selvaggia. Personalmente, è un motivo che mi è caro, perché è come un faro di speranza nel mondo di oggi: tutte le sale sono vuote, tutta la regalità è decaduta, quanto era bello è davvero in rovina e l'incombere dei secoli non sembra promettere altro che ulteriore bruttura, un inesorabile raffreddamento. Riesumare questa leggenda, se lasciamo il nostro cuore predisposto al compito, è come accendere una flebile speranza che, contro ogni attesa e ogni evidenza, il re si risvegli, il re del tempo che è stato, del regno che fu, e riporti la sua età dell'oro sul mondo prima che la desolazione e il nulla lo consumino interamente.
Parte di questa introduzione la scrissi ormai due anni fa, quando pensavo di affrontare il tema, ma l'avvicendarsi di avvenimenti e l'opposizione di alcune di quelle brutture che infestano il mondo mi hanno allontanato da quella ricerca, e per alcuni versi, anche dalla comparatistica mitologica stessa.
Un anno fa ho terminato un periodo fatto in grande misura di quello spiacevole genere di cose, riprendendo finalmente in mano questa disciplina, e adesso, adesso che il tempio del mio pensiero e la sacralità che esso contiene sono stati restaurati, adesso che ho di nuovo davanti a me l'immagine del re dormiente nella sala dorata, sono pronto e desideroso di riprendere la strada e accompagnarvi, se vorrete, nella dimora del Re sotto la Montagna.

La sala di Heorot in un'illustrazione
di Alan Lee per il Beowulf.
Vi è un'immagine, nella mia mente, che voglio descrivervi, mentre la cerco in queste storie: quella della sala, profonda, in parte coperta dal buio e in parte rischiarata dalle torce, la sala del palazzo anglosassone, come la reggia di Heorot nel Beowulf o il palazzo di Meduseld nel Signore degli Anelli, mostrata esattamente in questo non tempo di attesa e di sospensione, mentre lungo le pareti sbiadiscono dimenticati gli arazzi e i ricordi di ciò che era un tempo. In fondo alla sala si trova il trono, e sul trono si trova il re, riverso nella posizione della malinconia, con un gomito su un bracciolo e il capo appoggiato sulla mano. Tutto è dormiente e silenzioso, sembra destinato a rimanere per sempre così; eppure, come le fiamme ancora accese in questo luogo simbolico, la speranza non è ancora estinta. Il re può tornare, il re deve tornare. Confidare che tornerà può darci la fede con cui affrontare le prove della presente età, e credere che finché l'idea sarà ravvivata dalle nostre azioni, quel tempo non sarà mai solo un ricordo.
Il motivo, in sostanza, consiste in questo: la leggenda secondo la quale un re, e in una fase successiva un eroe importante per la storia di un territorio o di una nazione, estremamente significativo per la storia di un popolo, non è mai morto, ma si è ritirato in un luogo nascosto, o vi è stato condotto da qualcun altro, ed è rimasto in quel luogo per molto tempo, generalmente assopito, in attesa di un momento che deve ancora venire, quando si risveglierà e interverrà nuovamente nei fatti di una nuova epoca. La definizione del suo sonno, si sarà notato, è problematica: il Re sotto la Montagna non è morto, benché abbia ricevuto una grave ferita e abbia ormai superato la naturale aspettativa di vita di un essere umano; e infatti non è neanche vivo, almeno non della vita di cui siamo partecipi noi e di cui lo è stato anche lui nel primo arco della sua esistenza, quello durante il quale ha acquisito i meriti e il valore che lo hanno consacrato a simbolo. In fondo, probabilmente, proprio in questo consiste il suo nuovo stato: un'esistenza simbolica, astratta dalla realtà fenomenica, data primariamente dall'esperienza che di quella figura fanno coloro che credono nella sua importanza e si aspettano, da parte sua, un qualche genere di atto significativo, sacrale e rivoluzionario, specialmente in un tempo di crisi e di sfiducia, poiché è in tempi del genere che si afferma questa credenza.

Il monumento a Barbarossa.
Su questa base, troviamo una numerosa serie di variazioni: spesso il ritorno del re, o dell'eroe, coincide con i miti escatologici (ἔσχατος, "ultimo", relativo cioè alla fine del mondo), incentrati su una grande battaglia finale tra forze positive e forze negative, oppure con l'avvento di un secondo tempo di perfezione, pace e bellezza come quello in cui il re è vissuto e cui ha finito con l'essere associato al punto di coincidervi. E questa, come stiamo per vedere, è l'Età dell'Oro, di cui il re dormiente è l'artefice, colui che l'ha resa possibile e cui essa ha finito con l'essere identificata al punto che il ritorno di lui non è più scindibile da un nuovo manifestarsi anche di quell'età.
Naturalmente, definizioni come questa, e la stessa designazione del motivo del Kyffhäuser, sono formulate a posteriori, dagli studiosi, per tenere insieme, vincolare, mediante gli aspetti ricorrenti, una serie di storie diverse e non sempre in relazione tra loro, che conosciamo, come per ogni altro elemento di una tradizione che possa dirsi plurisecolare, in una forma stratificata che comprende anche materiali in principio irrelati tra loro, una forma diversa differente da quella che queste storie possono aver avuto inizialmente. Quando affrontiamo temi come questo, dobbiamo sempre tenere presente l'ampio margine di azzardo e di ipoteticità che permeano la nostra materia e di cui è costituita qualsiasi nostra asserzione. Una premessa che mi sembra utile includere, visto che è da tempo che non affrontiamo temi di questa portata. Con questo saggio, anche nell'Anima del Mostro torna qualcosa di insigne, o se non altro di bello, dopo un periodo di assenza, e auspicabilmente anche qui questo passaggio comporterà un tempo più glorioso e più felice.

Arnold Böcklin, "L'isola dei morti" (Die Toteninsel), 18880-1886, Kunstmuseum, Basilea.
La storia più famosa ascrivibile a questo motivo è quella della sorte mortale di re Artù, che molti rami della sua infinita tradizione riportano essere stato condotto da forze sovrannaturali in uno stato simile a quello che abbiamo descritto, caratterizzando così il ciclo arturiano come un'epopea che non è mai veramente finita, poiché aspetta ancora la propria escatologica conclusione. Quella più rappresentativa, intorno alla quale si è costituita la stessa designazione motivica, è quella del Barbarossa, che si trova, appunto, in un castello occultato nella catena montuosa di Kyffhäuser. Approfondiremo entrambi tra poco.
Ma il mito fondativo dell'archetipo del Re nascosto, molto più antico di tutti gli esempi menzionati finora, è quello di Kronos-Saturno, colui che per certa tradizione classica incarna il tempo stesso, Titano, padre di Zeus, legato, come quest'ultimo e come anche il padre Urano, a un ciclo di successioni di sovrani del cosmo che scandiscono, così, le ere del mondo. Ere che, nella concezione del pensiero antico, non sono fasi irripetibili di un tempo che procede in linea retta, come usa pensare la nostra civiltà, ma parti di un cerchio destinato a ripetersi eternamente, con una consunzione e una rigenerazione di se stesso ogni volta che tutte le sue parti siano trascorse. Il serpente che si mangia la coda. L'eterno ritorno.
Nella tradizione, Saturno è il sovrano dell'Età dell'Oro, concepita come la più felice per tutti gli esseri viventi. Un tempo in cui la natura donava spontaneamente i suoi frutti, in cui tutti gli animali erano erbivori, in cui non esisteva la fatica. Per quanto mi sia sempre parso strano associare quest'epoca perfetta all'immagine terribile del Titano del Tempo che divora i suoi figli, anche senza dover pensare alla grottesca raffigurazione di Goya. D'altra parte, quella di Crono, come del resto può dirsi per tutti gli dèi e per tutti i protagonisti dei miti, è un'esistenza che passa attraverso molti secoli di storia scritta e molti più secoli di storia non scritta. Le fonti classiche, su cui basiamo la quasi totalità della nostra conoscenza sui miti, sono state scritte da uomini che non possedevano ormai altro che brandelli di un sapere più antico, e che non potevano fare altro che tentare di ricucirli nel modo più attento possibile. Un sapere che per noi, oggi, è del tutto impossibile raggiungere, se non nella consapevolezza che quel sapere, proprio come il re dell'Età dell'Oro, è stato una volta e non sarà di nuovo.

Leontocefalo, figura divina con
testa di leone e attributi serpentini,
raffigurante una divinità mitraica,
in un'illustrazione del libroMysteries
of Mithra
, 2008.
L'associazione tra Crono e il tempo, in effetti, non è automatica. In greco, il titano si chiama Κρόνος (Krono), mentre è Χρόνος (con la velare aspirata, che si può rendere con "Chronos") a significare e personificare il tempo. Mentre il racconto esiodeo sulle vicende del titano, che evirò il padre con una falce e che divorava i suoi figli man mano che nascevano, si è prestato facilmente all'uso come allegoria del trascorrere del tempo, quest'ultimo, Chrono, più propriamente connotato dagli attributi cronologici come la falce o l'uroboro, ha una sua esistenza separata nei testi orfici, che lo descrivono come l'essere primigenio, immaginato come un grande drago dai volti antropomorfi e teriomorfi, nato dal miscuglio del secco e dell'umido e genitore dell'Uovo cosmico, da cui nasce Phanes, il Protògonos, e dopo di lui, tutta la creazione. I misteri orfici, secondo diversi studiosi, custodiscono elementi più antichi di quelli che ci ha trasmesso la tradizione classica, benché a loro volta impiegati esotericamente per trasmettere un sapere specifico e voluto. Chronos, occorre ricordare, viene spesso contrapposto ad Aion, "l'Eone", altra divinità misterica del tempo, in quanto personificazione del tempo scandito nei momenti del passato, del presente e del futuro, mentre il secondo rappresenterebbe il tempo nella sua unità e ciclicità.

Non approfondirò in questa sede il discorso sull'orfismo e il suo Chronos, uno dei temi che, non vi nascondo, da molti anni sono i più ambiti delle mie ricerche; mi limiterò a dirvi che, con ogni probabilità, questo misterioso essere primigenio prosegue un culto proveniente dall'oriente iranico, dove ancora più anticamente del Mazdeismo (o Zoroastrismo, come è più conosciuto) era diffusa la religione dello Zurvanismo, incentrata, appunto, su Zurvan, la concezione del tempo ciclico. Zurvan, nelle raffigurazioni simboliche, possedeva una testa di leone ed era circondato da un serpente, similmente ad altre antiche divinità persiane; iconografia propria, come si è visto, anche degli dèi dell'orfismo greco.

Eppure, se esiste effettivamente una separazione tra le due figure, segnata, quantomeno, dall'uso differenziato dei due nomi, alcuni studiosi osservano come, in realtà, vi siano motivi profondi per ritenere i due Croni, in origine, la stessa figura, eventualmente distinta attraverso usi settoriali -quello della poesia "ufficiale", da una parte, e quello dei misteri, dall'altra- e riunificata.
Quello che ci interessa è che Crono, il titano, possiede una reale connessione temporale nel momento in cui viene fatto, come si diceva, sovrano dell'Età dell'Oro, quale unità di un computo del tempo che si ripete costantemente.

Juan Brueghel il Giovane, L'Età dell'Oro, 1625 ca., collezione privata.

Ora, nelle "Opere e i giorni" (Ἔργα καὶ Ἡμέραι) di Esiodo (VIII secolo), che è anche autore della Teogonia, dove i miti sull'origine del cosmo e degli dèi vengono ordinati in una narrazione organica, racconta di una storia meno nota, ma legata a motivi arcaici di estrema importanza: a Crono, riconciliatosi col figlio, viene affidata la sovranità sull'Isola dei Beati, dove dimora la quarta delle cinque stirpi degli uomini:

"[...] È Crono fra loro sovrano.
Ed abitan costoro, con l’animo sgombro di cruccio,
avventurati Eroi, dei Beati nell’isole, presso
ai vortici profondi d’Ocèano; e ad essi la terra
offre, tre volte all’anno, soavi, di miele, i suoi frutti." (vv. 169-173)

È qui che troviamo il fondamento del motivo che ci interessa: il re dell'Età dell'Oro si trova in un luogo nascosto, un luogo connotato come piacevole, dove in qualche modo perdurano le caratteristiche di quell'epoca perduta.
A sviluppare ulteriormente il concetto è Plutarco (metà del I secolo d.C. - dopo il 120 d.C. circa), autore che, accanto alle sue più famose Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι), dissertò di numerosi campi dello scibile umano, tratteggiando un affascinante compendio di conoscenze naturali e astronomiche nell'opera Il volto della luna (Περὶ τοῦ ἐμφαινομένου προσώπου τῷ κύκλῳ τῆς σελήνης), dove troviamo il testo che diffonderà l'immagine del sovrano nascosto. Si tratta dell'intervento di Silla, uno degli oratori coinvolti nel dibattito, che interrompe la voce narrante, Lampria, dicendo:
«Fermati, Lampria, e sbarra la porta della tua eloquenza. Senza avvedertene rischi di far arenare il mito e di sconvolgere il mio dramma, che ha un altro scenario e diverso sfondo. Io ne sono solo l'attore, ma ricorderò anzitutto che il suo autore cominciò per noi, se possibile, con una citazione da Omero: 
lungi nel mare giace un'isola, Ogigia, 
a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione occidente. Più in là si trovano altre isole, equidistanti tra loro e da questa, di fatto in linea col tramonto estivo. In una di queste secondo il racconto degli indigeni si trova Crono imprigionato da Zeus e accanto a lui risiede l'antico Briareo, guardiano delle isole e del mare chiamato cronio.»  (Del Corno 1991, p.103)
Briareo era uno dei tre Ecantochiri, o Centimani (ne abbiamo parlato più dettagliatamente a proposito delle Teratogonie), i giganteschi esseri primigeni con cinquanta teste e cento mani, nati ancor prima dei Titani. Che al Centimane Briareo fosse stato affidato il compito di sorvegliare Crono lo troviamo anche in fonti più antiche, come anche la sua associazione al mare.
Silla procede parlando degli uomini che dimorano in questo luogo, una civiltà progredita e felice che considera sé stessa come "continentale" e la nostra come "isolana".
Vi è poi un altro dettaglio interessante.

«Sono convinti che con il popolo di Crono si mescolarono in prosieguo i compagni di Eracle: rimasti indietro, questi riaccesero per così dire a forte e vigorosa fiamma la scintilla greca, che si andava ormai spegnendo sopraffatta dalla lingua, dai costumi e dal modo di vita dei barbari; ecco dunque la ragione per cui Eracle vi gode degli onori supremi, seguito appena da Crono.» (p. 104)
Il ciclo di questa civiltà è scandito dal passaggio dell'astro di Crono, cioè Saturno, il signore degli anelli, nella costellazione del Toro. L'evento più importante è dato dalla spedizione che alcuni degli abitanti dell'isola compiono verso le terre orientali, il mondo conosciuto, e che si verifica ogni trent'anni: il tempo del periodo orbitale di Saturno.
La frase che racchiude l'immagine evocata dal nostro discorso è la seguente:
«Crono dorme rinchiuso in una caverna profonda dentro una roccia color dell'oro.» (p.105)
È qui che troviamo l'immagine che ricorrerà in tutte le altre manifestazioni del perduto re dormiente, non solo rinchiuso all'interno della terra, ma con un riferimento all'oro variamente presente, e supponibile anche quando non si presenti.
Plutarco prosegue:
«Il sonno è il carcere escogitato da Zeus per lui, e mentre uccelli scendono in volo sulla cima della roccia per recargli ambrosia, l'isola intera è pervasa da un profumo che si spande di lì come da una fonte. I demoni assistono e servono Crono dopo essergli stati compagni nel tempo in cui fu re degli dèi e degli uomini. Dotati di virtù profetiche, essi traggono da se stessi innumerevoli vaticini; ma quelli più gravi e sulle questioni più gravi scendono ad annunciarli come sogni di Crono: poiché ciò che Zeus premedita Crono vede in sogno, e le passioni titaniche e i moti dell'anima si manifestano in lui come una tesa rigidezza prima che il sonno gli restituisca il riposo e finché il suo carattere regale e divino non riemerga puro e incorrotto.» (pp. 105-106)
Occorrerà prestare attenzione anche alla presenza degli uccelli, che ritroveremo, alla connotazione amena e desiderabile dell'isola, e alla presenza di questi demoni, su cui occorrerà spendere alcune parole. Si tratta infatti delle anime di esseri umani che in vita hanno ottenuto particolare merito, e che ora vivono in questo oltre-luogo insieme a Crono. Esiodo li chiamava esplicitamente Eroi. Anche in altre vicende ritroveremo comprimari simili, che ci ricordano le sorti degli Einherjar, i caduti scelti che formano la caccia selvaggia di Odino, il quale partecipa del simbolismo cronio e del re dormiente. E così, le memorie di tempi migliori e uomini migliori di quelli del presente sopravvivono, celati, in una dimensione che, in un certo senso, ne celebra l'eccellenza.
Eppure, questa è pur sempre una prigionia, e Crono ne è vittima: è Zeus, il signore del mondo presente che ha soppiantato il precedente, a dettare le regole. Zeus tiene Crono sospeso in una sorta di sonno, dove il Titano ha visioni di profondo significato, che procedono però a partire dal dio.

Arnold Böcklin, "L'isola dei vivi" (Die Lebensinsel), 1888, Kunstmuseum, Basilea.

Notiamo come, rispetto a una prospettiva di scorrimento del tempo e ciclicità come quella che stiamo tracciando, l'isola in cui il dio dimora è esclusa, sospesa, è un luogo isolato rispetto al tempo, dove fiorisce un'eterna primavera. Addirittura, è eternamente immersa nel tramonto, l'ora in cui il cielo si fa, non a caso, color dell'oro.

L'identificazione di Crono con Saturno ci porta a considerare un punto di vista astronomico nella nostra questione. Si tratta di un altro argomento troppo vasto per trattare in una sede che ne contempli anche altri, ma, basti questo, esistono delle evidenze secondo le quali, in un periodo ancora più remoto di quelli che abbiamo immaginato finora, i nostri progenitori adoperavano un simbolismo stellare, cui solo in seguito se ne sarebbe sostituito uno solare, e che in questo sistema l'astro principale della scansione del tempo, che per quegli uomini significava anche essere il signore del cosmo, era proprio Saturno.
«Siamo quindi indotti a supporre che il Sole si fosse sovrapposto al ruolo originario di Saturno; tanto più che le tavolette cuneiformi astronomiche chiamano Saturno col nome del Sole, Shamash, e che vi sono motivi sufficienti per ritenere che il Sole dei Greci sia Kronos ogni volta che di esso si parla come ‘Helios il Titano’.» (Santillana-Dechend 1983)
"Wotan" di Hermann Hendrich, 1913.
Insomma, Krono-Saturno, re dell'età dell'oro, è colui che più latamente possiamo chiamare "il primo re", il sovrano della prima delle unità di tempo in cui gli uomini abbiano stabilito la scansione di quest'ultimo, oltre ad essere, come si è visto e vedremo, il tempo stesso. Ed è il suo corso ciclico, proprio della prospettiva temporale degli antichi, a garantirne il ritorno. Ecco ciò che è fondamentale comprendere per spiegarci il mitema del ritorno del re.
Kronos esercita un'influenza sul mondo, e lo fa da una posizione infera, occulta, bassa, l'abisso in una prospettiva terrestre, l'emisfero australe in una celeste.
La prospettiva da cui partono queste osservazioni, teniamo conto, è quella di popoli agricoli che derivano queste scansioni della realtà dall'osservazione della natura, e ne traggono conoscenze che non solo solo pura filosofia, ma una scienza pratica e necessaria. Essi celebrano il ciclo naturale in prossimità dei suoi cambiamenti più rilevanti, i solstizi e gli equinozi, la fine della bella stagione e l'inizio di quella fredda vedono l'allontanamento del sole come una caduta, una discesa dell'astro, che tornerà rinnovato da questo periodo di cesura. I riti che accompagnano questo passaggio accompagnano il sole con un corrispondente umano, il Re dell'Anno Vecchio. nella mitologia, molte figure incarnano questo ruolo, dèi oscuri come Odino, Cernunnos e Dioniso, tutti protagonisti di miti che contemplano una morte e una rinascita, o una rigenerazione infinita; al contempo, tutte potenze ctonie, legate variamente alla terra, dalla quale esercitano il loro influsso.
Saturno, stella del passato, re dell'età dell'oro, è così il sole di un tempo che si è eclissato, ma è anch'esso destinato a ritornare.

Dettaglio de "L'ultimo sonno di Artù in Avalon" di Edward Burne-Jones.
I connotati con cui conosciamo meglio la figura dell'Eroe dormiente sono tipicamente medievali, come lo è l'immagine regale che vi ho descritto in apertura, e la figura più celebre, modello di questo motivo, è quella di Artù.
Il primo a riferire una storia sulla sopravvivenza di Artù è Goffredo da Viterbo (1125 ca.-1195 ca.), segretario, si dà il caso, di Federico Barbarossa: racconta che Merlino abbia profetizzato che il sovrano, ferito mortalmente, non sarebbe tuttavia morto "del tutto", ma sarebbe stato preservato nel fondo del mare, per poi tornare una seconda volta e regnare per sempre come aveva già fatto (Loomis 1959 pp.70-71). Non un nuovo regno, ma un ritorno di quello vecchio, in sostanza.
Le fonti celtiche più antiche, in ogni caso, concordano sulla soprannaturalità delle sorti di Artù, e soprattutto sul fatto che non sia mai morto naturalmente. Il Libro nero di Carmarthen, il più antico manoscritto redatto solo in lingua gallese che si sia conservato fino a noi (prima metà del XIII secolo), afferma che "anoeth bid bet y Arthur", è insensato pensare che esista una tomba di Artù.
La vulgata più conosciuta, giunta fino a noi anche mediata da film come Excalibur (1981), vede Artù rapito dalle fate, le creature nascoste, e portato nella terra di Avalon. Essa ha inizio con l'Historia Regum Britanniae (1136 ca.) di Goffredo di Monmouth, autore della narrazione organica sulla storia di Artù, e il suo proseguimento nella Vita Merlini (1150 ca.).
Avalon, o insula Avallonis, come la chiama Goffredo, si ritiene significare, quasi unanimemente, "isola delle mele", dal gallese Ynys Afallon. Questo crea un richiamo con un'altra isola dell'antichità, la sede del Giardino delle Esperidi; le due hanno in comune un posizionamento cosmologico marginale, ai confini dell'Oceano, e una valenza sacra, mistica. Avalon è un luogo fatato, associato variamente a fate, spiriti, e ai membri di quel Popolo nascosto che ospita coloro che, un tempo, erano stati gli dèi dei Celti. Nella versione di Goffredo, Artù viene condotto ad Avalon per riaversi dalle ferite, ma ben presto questo "rapimento" ha acquisito connotati più simili a quelli di Saturno.

L'occultamento sul fondo del mare, in realtà, è parte integrante dei miti sul ciclo del tempo, anche perché riflette il passaggio occulto del sole sotto l'orizzonte, attraverso le regioni nascoste del mare e della terra, prima della sua riemersione.
Il mulino di Amleto di Giorgio De Santillana (1969), uno dei saggi più rivoluzionari nella storia della mitologia comparata, individua uno degli elementi comuni dei miti sui sovrani occultati, che segnano la concezione del tempo degli antichi, nel loro passaggio e permanenza sul fondo del mare, sotto una pietra la cui rimozione ha segnato la formazione di un grande gorgo (Santillana-Dechend 1983).
Barbarossa nel Kyffhäuser, insieme al fanciullo
menzionato nella poesia di Rückert, in una
illustrazione proveniente dalla "Young Persons'
Cyclopedia of Persons and Places", 1881.
Per collocare queste vicende nella prospettiva medioevale, poi, non possiamo prescindere da un motivo tipicamente cristiano estremamente avvertito, la Parusìa (termine greco, παρουσία, che significa presenza), cioè la Seconda venuta di Cristo sulla Terra. Del resto, la vicenda evangelica, nella sua conclusione, non si discosta poi troppo dal ricorrere di strutture narrative comuni ad altre grandi narrazioni escatologiche, con il sacrificio di Cristo, la sua discesa agli inferi e la successiva resurrezione. Proprio a partire da numerosi passi dei Vangeli che menzionano espressamente il suo ritorno alla fine del mondo, l'attesa di questa rimane come elemento presente nella concezione storica degli uomini medievali, cui faranno seguito, del resto, le numerose correnti millenaristiche che in vari tempi e modi influiranno sui fatti di buona parte dell'età di mezzo.

Il motivo del Kyffhäuser vede come protagonista Barbarossa.
Federico I Hohenstaufen (1122 ca.-1190, per chi crede che sia morto), stando a quanto sappiamo per certo, fu imperatore del Sacro Romano Impero a partire dal 1155, e nel corso del suo regno avvennero numerosi eventi significativi per la storia italiana, di cui forse il più popolare oggi è la battaglia di Legnano.
Esaminiamo la poesia con cui si è aperto questo discorso, Barbarossa. Questa volta, la traduciamo personalmente.

Der alte Barbarossa,                                   Il vecchio Barbarossa,
Der Kaiser Friederich,                                L'imperatore Federico,
Im unterirdschen Schlosse                           Nel castello sotterraneo
Hält er verzaubert sich.                               Si conserva incantato.

Er ist niemals gestorben,                             Egli non è mai morto,
Er lebt darin noch jetzt;                              Egli vive ancora;
Er hat im Schloß verborgen                         Egli è nascosto nel castello
Zum Schlaf sich hingesetzt.                         Seduto in un sonno profondo.

Er hat hinabgenommen                               Ha portato con sé
Des Reiches Herrlichkeit,                           La gloria dell'Impero
Und wird einst wiederkommen,                  E tornerà ancora una volta
Mit ihr, zu seiner Zeit.                                 Con essa, quando verrà il tempo.

Der Stuhl ist elfenbeinern,                          Il seggio è di avorio,
Darauf der Kaiser sitzt;                              su cui siede l'Imperatore;
Der Tisch ist marmelsteinern,                     il tavolo è di marmo,
Worauf sein Haupt er stützt.                       su cui il suo capo è poggiato.

Sein Bart ist nicht von Flachse,                  La sua barba non è di lino,
Er ist von Feuersglut,                                 ma di raggi infuocati,
Ist durch den Tisch gewachsen,                  è cresciuta attraverso il tavolo,
Worauf sein Kinn ausruht.                          su cui il suo mento riposa.

Er nickt als wie im Traume,                       Annuisce come in un sogno,
Sein Aug’ halboffen zwinkt;                       ammicca con l'occhio semiaperto;
Und je nach langem Raume                       e dopo lungo tempo
Er einem Knaben winkt.                             fa cenno ad un fanciullo.

Er spricht im Schlaf zum Knaben:             Dice nel sonno al ragazzo:
Geh hin vors Schloß, o Zwerg,                 "Va' al castello, nano,
Und sieh, ob noch die Raben                     e guarda se ancora i corvi
Herfliegen um den Berg.                            volano intorno alla montagna.

Und wenn die alten Raben                        E se i vecchi corvi
Noch fliegen immerdar,                             volano sempre lì intorno,
So muß ich auch noch schlafen                 devo ancora dormire,
Verzaubert hundert Jahr.                           incantato, per cento anni." 


La poesia del poeta romantico e linguista Friedrich Rückert (1788-1866) è, in un certo senso, la principale vulgata di questo mitema. Esiste persino una versione secondo la quale la barba è cresciuta tanto da avere compiuto due giri intorno al tavolo, e secondo la quale, quando avrà terminato il terzo giro, il mondo avrà fine.
Ma sono soprattutto i corvi a caratterizzare la versione tedesca del motivo del re dormiente, come mostrato nel quadro di Wislicenus, qui sotto.
Il risveglio di Barbarossa (Barbarossa Erwachen), Wandgemälde von Hermann Wislicenus, 1880.
Una volta tracciata la sua origine e presentati i suoi modelli principali, passiamo a esaminare la valenza motivica del Re sotto la Montagna. Se ne parliamo in questi termini, infatti, è proprio perché nel tempo sono stati numerose le leggende, elaborate secondo variazioni della struttura che si è delineata, su numerosi altri personaggi, storici e leggendari, presentati in termini simili a questi.
Se Barbarossa è stato un imperatore celebre e ricordato in Germania, mentre in Italia è stato soprattutto il grande avversario delle lotte per l'indipendenza dei comuni, suo nipote, Federico II, è non solo uno dei sovrani medievali più celebri e più presenti nella cultura, ma una figura estremamente popolare per il Bel Paese, e soprattutto per il Meridione. Non stupisce, pertanto, che anche su di lui sia nata la credenza, probabilmente alimentata dai suoi sostenitori, che anche se sconfitto sarebbe
"tornato a restaurare l'impero romano della nazione germanica in tutto il suo superbo splendore. Allora avrebbe portato con la pace la giustizia e livellato le differenze sociali tra poveri e ricchi; poi, avrebbe guidato le schiere sul mare in Terrasanta e, appendendo lo scudo all'albero disseccato, avrebbe deposto la corona del mondo." (Delle Donne 2006, p.239)
È anzi verosimile che dietro l'elaborazione del mito di Barbarossa nel Kyffhäuser vi sia una sorta di fusione dei due imperatori Federico I e II, rimasti nel sentore popolare come due volti con il medesimo nome riconducibili a un desiderio di restaurare l'impero, e l'ordine sociale ad esso legato (Delle Donne 2006, p.239).

Ritratto di Sebastiano I, Cristóvão de Morais,
1551-1571, Museu Nacional de Arte Antiga, Lisbona.
Nel 1578 il re del Portogallo, don Sebastiano I, maturò il proposito di una grande impresa ambiziosa, conquistare un vasto impero che comprendesse la maggior parte dei territori mediterranei. Solo che, giunto finalmente alla battaglia decisiva, conosciuta anche come la battaglia dei Tre Re, don Sebastiano decise che la battaglia dovesse essere vinta da Dio, e ordinò all'esercito di non muoversi. I portoghesi furono massacrati, e il re sparì e non fu più trovato.
Richiamandosi, tuttavia, alle profezie di Bandarra, il calzolaio santo nei cui scritti furono scorte profonde implicazioni poetiche, il Portogallo elaborò un nuovo mito: don Sebastiano è sparito, ma non è morto, e prima o poi tornerà, secoli dopo, per realizzare la grandezza del Portogallo. Questa immagine è fondamentale nella poetica di Fernando Pessoa (1888-1935), trasfigurata in una valenza spirituale ed esoterica, e verrà rievocata in molta della sua poesia.

Le Isole Fortunate

"Que voz vem no som das ondas       "Quale voce giunge sul suono delle onde
Que não é a voz do mar?                     che non è la voce del mare?
É a voz de alguém que nos fala,          È la voce di qualcuno che ci parla,
Mas que, se escutarmos, cala,             ma che, se lo ascoltiamo, tace,
Por ter havido escutar.                         perché lo abbiamo ascoltato.

E só se, meio dormindo,                      E solo se, mezzo addormentati,
Sem saber de ouvir, ouvimos,              senza sapere di ascoltare, ascoltiamo,
Que ela nos diz a esperança                 allora essa ci dice la speranza
A que, como uma criança                    cui, come un bambino
Dormente, a dormir sorrimos.             dormiente, dormendo sorridiamo.

São ilhas afortunadas                          Sono isole fortunate,
São terras sem ter lugar,                     sono terre che non hanno luogo,
Onde o Rei mora esperando.              ove il Re dimora aspettando.
Mas, se vamos despertando,               Ma, se ci andiamo svegliando,
Cala a voz, e há só o mar."                 tace la voce, e c’è solo il mare."

(Traduzione di Luigi Panarese da Fernando Pessoa, Poesie scelte, Passigli, 1993.)

Il Re della Montagna più famoso della storia della musica è quello incontrato da Peer Gynt, il giovane protagonista dell'omonimo poema di Henrik Ibsen (1828-1906) a partire dalla versione musicata di Edvard Grieg (1843-1907), dove dà il titolo a uno di quei temi musicali oggi talmente diffusi che tutti hanno sentito, ma, probabilmente, pochi conoscono. Il giovane Peer, uno sfaccendato divenuto un fuorilegge dopo una serie di disavventure, si imbatte in una donna vestita di verde, la figlia del re dei troll, che lo conduce nella dimora del suo popolo all'interno di una montagna. Il re della montagna, cioè il re dei troll, è disposto a fare di Peer un troll se vorrà sposare sua figlia, ma il ragazzo, dopo aver quasi accettato tutte le sue condizioni, abbandona il proposito. Il tema "Alla corte del Re della Montagna" (in norvegese I Dovregubbens hall) accompagna la reazione del popolo ctonio di troll, goblin e gnomi radunati intorno a Peer Gynt, pronti a trucidarlo perché ha sedotto la figlia del re. La vicenda nel suo complesso, peraltro, ha soprattutto una valenza onirica.
Essa non interessa, comunque, il motivo del Kyffhäuser, non vi sono eroi dormienti o cicli del tempo, ma data la fama dell'opera ho ritenuto opportuno menzionarla, se non altro per chiarire come essa non riguardi il nostro discorso e per inserire un mai spiacevole intermezzo musicale.

"The King Under the Mountain", di Alan Lee.
L'autore moderno in cui questo motivo è più rappresentato e più influente, al punto di poterlo individuare in numerosi luoghi della sua opera, è probabilmente J.R.R. Tolkien (1892-1973), non per niente filologo e conoscitore di molti dei motivi più ricorrenti nelle letterature medievali germaniche, nonché romanze, nonché della classicità.
Il nome "Re sotto la montagna", sono sicuro, molti di voi a primo acchito l'avranno ricondotto alla saga cinematografica de "Lo Hobbit" (2012-2014), e magari, eventualmente, al romanzo originario (1937). Nella Terra di Mezzo, è un titolo nobiliare trasmesso attraverso i sovrani di Erebor, il regno dei Nani costruito sotto la Montagna Solitaria. Non credo sia necessario ricordarvi che i Nani, nell'opera mitografica di Tolkien e nei modelli norreni cui guarda come ispirazione, sono creature sotterranee, minatori, esperti di ogni tecnica metallurgica e orefa. Nei testi eddici è altresì ravvisabile una tacita associazione dei nani al mondo dei morti e al sovrannaturale. Non è, quindi, privo di implicazioni quantomeno filologico-linguistiche, il titolo rivestito da Thrór, antenato di Thorin Scudodiquercia (Oakenshield), anche se sprovvisto di legami con la morte, o sensi nascosti.
Ne Lo Hobbit, i Nani hanno però da lungi perduto il loro regno sotto la montagna, a partire dal giorno in cui il drago Smaug, bramoso di tesori come tutti quelli della sua schiatta, è sceso dal nord per impossessarsi del loro regno, uccidendone e cacciandone i difensori. Come è noto, il romanzo segue il viaggio di tredici Nani e del protagonista Hobbit Bilbo Baggins per tentare di riprendere possesso del regno di Erebor.
Durante questo viaggio, quando i compagni giungono a Pontelagolungo, la cittadina più vicina alla Montagna, vengono accolti con un canto che si intitola "The King beneath the mountains", che risulta molto interessante, poiché prefigura un ritorno del Re sotto la Montagna nelle sue sale dorate, e l'avvento di un tempo di festa, di ricchezza e di gioia proprio a seguire il suo ritorno. In questo senso, Tolkien ha fatto ricorso più decisamente al nostro mitema, e gli ha dato, per chi la riconoscerà, una nuova formulazione poetica per il nostro tempo.

«The King beneath the mountains,               «Il re degli antri che stan sotto il monte
    The King of carven stone,                           e delle rocce aride scavate,
The lord of silver fountains                             che fu signore delle  argentee fonti
    Shall come into his own!                            queste cose riavrà, già a lui strappate!

His crown shall be upholden,                        Sul capo il suo diadema poserà,
    His harp shall be restrung,                        dell'arpa ancora sentirà il bel canto
His halls shall echo golden                            e in sale dorate echeggerà
    To songs of yore re-sung.                           di melodie passate il dolce incanto.

The woods shall wave on mountains             Sui monti le feste ondeggeranno,
    And grass beneath the sun;                       ondeggeranno al sole erbe lucenti,
His wealth shall flow in fountains                 le ricchezze a cascate scenderanno
    And the rivers golden run.                         e i fiumi saranno ori fulgenti.

The streams shall run in gladness,               I ruscelli felici scorreranno,
    The lakes shall shine and burn,                i laghi brilleran nella campagna
All sorrow fail and sadness                           e dolori e tristezza svaniranno
    At the Mountain-king's return!»               al ritorno del Re della Montagna.»

(Traduzione di Elena Jeronimidis Conte in J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit annotato da Douglas A.Anderson, Bompiani 2004, Milano, pp.263-264.)
Eppure, in questo come in molti altri casi, Tolkien fa un uso moderno del motivo medievale.
Nel climax tragico che segue il ritrovamento del tesoro, Thorin cade vittima della maledizione che grava sul tesoro di Erebor (tema forte nella saga dei Nibelunghi, specialmente nella sua versione tedesca), e diviene avido e insensibile. Il canto sul ritorno del Re sotto la Montagna prospettava un'epoca di prosperità e armonia provviste proprio dalla generosità del Re, garante degli scambi e del fluire della ricchezza, ma Thorin, dopo che sull'oro ha dormito un drago per molti anni, è divenuto simile a quest'ultimo, un riflesso negativo del ruolo del re -come si ravvisa leggendo attentamente il Beowulf- cioè un signore di ricchezze e tesori che tiene tutto insieme e non lascia andare niente, colui che blocca il circolare della ricchezza e proibisce gli scambi.
Risulta ancor più evocativa, se pensata in quest'ottica, la scena del film Lo Hobbit - La desolazione di Smaug (The Hobbit - The Desolation of Smaug, 2013) in cui il drago dorato, ergendosi sulle sue possenti spire e torreggiando su Thorin, dichiara, contro la sua pretesa di rivendicare il regno «Sono io il Re sotto la Montagna!» (in originale «I am King under the Mountain»).

Nel preparare questo percorso, mi è capitato di rimettere mano al videogioco Dark Souls III (2016), e ho realizzato -ne parlo ora, in fine di discorso, riallacciandomi agli argomenti di partenza- come quel gioco abbia avuto un ruolo determinante nel suggerirmi la mia concezione del rex absconditus, stimolando questa ricerca di cui oggi leggete i frutti. L'universo della serie Dark Souls, ben radicato nell'acuta comprensione e reinterpretazione dei miti e delle loro valenze simboliche operata dal game designer Hidetaka Miyazaki, poggia infatti sulla concezione ciclica dell'universo e il suo susseguirsi di periodi di ascesa e crisi della civiltà scanditi dal consumarsi della Fiamma, anima mundi che ha necessità, al compimento di un ciclo, di essere vincolata, per riaccendersi, dall'immolazione di un eroe. In Dark Souls III, dopo aver vissuto il termine di un ciclo nel primo capitolo della serie, i giocatori apprendono che come quello ce ne sono stati infiniti altri, e che ognuno degli eroi che hanno vincolato la fiamma alla fine del loro ciclo è chiamato Lord of Cinder, nell'adattamento italiano Signore dei Tizzoni. Il gioco mette in scena un crepuscolo dell'universo -visivamente accompagnato da un post-moderno "crepuscolo del medioevo"- dato dalla confluenza di tutti i cicli del passato nel regno di Lothric, dovuto al fatto che i precedenti Signori dei Tizzoni, il cui stato prevede che tornino nuovamente nel mondo per vincolare la Fiamma ancora una volta, non hanno fatto ritorno. Il compito della "Fiamma sopita" interpretata dai giocatori è quello di cercare i Signori dei Tizzoni e riportarli, volenti o nolenti, sui loro troni.
Dark Souls III (From Software, 2016).
Oltre alla vicinanza di questo sfondo narrativo con i temi che abbiamo osservato, citare il gioco offre spunti affascinanti perché mostra intensamente l'effetto dell'abbandono da parte del re che non ritorna. Il Santuario del Legame del Fuoco, il luogo sacro dove il protagonista può rifocillarsi e disporre dei propri strumenti per affrontare la sua quest, è una grande area circolare all'interno di una collina, dominata dai cinque troni dei Signori dei Tizzoni, vuoti -fatta eccezione per uno, dove risiede Ludleth l'Esiliato, unico Lord ad aver risposto alla chiamata, un piccoletto privo delle gambe che ricorda decisamente lo storpio Re Pescatore di arturiana memoria- e profondamente malinconici. La terra è completamente attraversata dalle radici, abbandonata, fredda, il silenzio rimbomba nella cavità di pietra dove pochi esuli collaborano con il protagonista per aiutarlo nella cerca, e i regni attraverso cui essa si svolge sono decadenti e in rovina, mentre nel glorioso castello di Lothric, immerso in un eterno crepuscolo prima dell'eclissi finale, gli arazzi svolazzano agitati debolmente dal vento, la ruggine ricopre le armature e le lame dei numerosi cavalieri caduti, e vecchi servitori conservano caparbiamente la loro posizione, sperando nel ritorno che non si compie.

Potremmo continuare ancora, perché questa concezione del tempo, della regalità e della storia, ha lasciato tracce di sé in più luoghi di quanti ci aspetteremmo.
Per me, per adesso, è sufficiente aver potuto tratteggiare il profilo di questo mitema, e avervi potuto dire sia -almeno in parte- da cosa è nato e cosa porta con sé, che alcune delle cose che significa per me e nelle quali lo scorgo. Perché fin da quando l'ho realizzato, anche la concezione che ho io delle mie storie è mutata, e l'immagine che vi ho descritto in apertura, dello splendore della sala dorata e del fervore della sua attesa, è il riflesso con cui mi figuro il complesso delle mie speranze.

Prendiamo commiato con questi bei versi di Pessoa.

Abdicazione

Prendimi fra le braccia, notte eterna,
e chiamami tuo figlio.
Io sono un re
che volontariamente ha abbandonato
il proprio trono di sogni e di stanchezze.
La spada mia, pesante in braccia stanche,
l'ho confidata a mani più virili e calme;
lo scettro e la corona li ho lasciati
nell'anticamera, rotti in mille pezzi.
La mia cotta di ferro, così inutile,
e gli speroni, dal futile tinnire,
li ho abbandonati sul gelido scalone.
La regalità ho smesso, anima e corpo,
per ritornare a notte antica e calma,
come il paesaggio, quando il giorno muore.

Sala dorata di Stoccolma.

Bibliografia

Del Corno 1991 - Plutarco. Il volto della luna, edizione italiana a cura di Dario Del Corno, traduzione e note di Luigi Lehnus, Adelphi, Milano, 1991.
Delle Donne 2006 - Roberto Delle Donne, «Aus dem Ewigjungen der Greis». La saga dell'imperatore Federico nella cultura tedesca, in "Archivio di storia della cultura Anno XIX - 2006", Liguori, Napoli, 2006.
Eliade 2018 - Mircea Eliade, Il mito dell'eterno ritorno, traduzione di Giovanni Cantoni, Lindau, Torino, 2018.
Loomis 1959 - Roger Sherman Loomis, a cura di, Arthurian Literature in the Middle Ages, Oxford University Press, 1959.
Santillana-Dechend 1983 - Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, edizione italiana a cura di Alessandro Passi, Adelphi, Milano, 1983.